Etruschi...a tavola.

8 novembre al Westin Excelsior abbiamo il piacere e la gioia di rivedere e riascoltare una nostra recente conoscenza, la simpatica coltissima Curatrice (cioè la Direttrice) del Museo Etrusco di Firenze, dott. Giuseppina Carlotta Cianferoni, che abbiamo conosciuto e apprezzato il 22 febbraio di quest'anno, nell'annata rotariana di Franco Puccioni, quando andammo in visita da lei, cioè al “suo” Museo Etrusco di Piazza S.S. Annunziata. Gironzolammo nel bel giardinetto “etrusco”,  poi ci infilammo dietro all'agile Direttrice   in un paio di tombe (etrusche, naturalmente) ricostruite qui dopo averle smontate, numerate e rimontate  esattamente come erano state trovate (all'inizio del '900)  per presentarle orgogliosamente  ai visitatori del Museo, studiosi, turisti e anche studenti della vicina Accademia di Belle Arti, come mi conferma il cuginetto Ghigo (Cecioni) che la dirige, invitato a questa nostra serata.

Ripresentata dall'amico (suo e nostro) Luca Petroni che ci informa, tra l'altro, che lei “ha portato per prima gli Etruschi in Cina”, la gentile Direttrice ci dice subito che l'argomento di stasera, cioè Banchetto e Simposio in Etruscland, potrebbe apparire un po'  “di nicchia” cioè quasi secondario e irrilevante rispetto alla “grande cultura”,  ma non lo è affatto. Infatti essi hanno un loro ruolo fondamentale  per “capire fatti culturali importanti”: sia “il banchetto”,  cioè il pasto vero e proprio, che “il simposio”, che era “l'ultima parte del convito dedicata alla degustazione dei vini, al canto e ai ragionamenti”, secondo  il sempre validissimo  D.I.R. (Dizionario Italiano Ragionato) di G. D'Anna. Lui (Guido D'Anna) rotariano come noi, come il glottologo-per-antonomasia Tristano Bolelli che ne ha curato gli ètimi. 

Mangiate e sbicchierate erano  apprezzatissime e intensamente praticate dai nostri antenati etruschi, sempre in dolce compagnia delle loro spose, con grande scandalo dei popoli vicini, Romani in primis, che avevano osservato (e criticato aspramente)   la inconsueta presenza ai banchetti etruschi delle loro donne,  cioè delle dominae, delle castalde, delle padrone  di casa, e non delle ludiche  etère, precisa con pudore la nostra amica Carlotta, come usavano molto più frivolmente a Roma e ad Atene. Avevano anche notato, quei pettegoli bacchettoni di Romani,  che  le donne  presenti a banchetti e simposi  erano anche delle gagliarde bevitrici di vino, che doveva essere sempre annacquato come prescrivevano le severe leggi del tempo, a scanso di malori di vario genere procurati da quei poveri vini , così soggetti all'inevitabile “spunto”, secondo la nostra amica Carlotta, e resi pesantissimi dalle abbondanti  spezie mescolate per mascherarlo (lo spunto),  dal miele, e dal formaggio grattato in abbondanza. Doveva essere una bevanda “curiosa” per i nostri palati, diciamo pure (alla Totò)  una  schifezza della schifezza della schifezza, ma loro non avevano altre chances  e i loro stomaci erano evidentemente a prova di bomba, pur se annacquata.

E poi gli Etruschi, a differenza dei coevi Romani e Greci, mangiavano sdraiati sull'apposito divanetto sostenuto da un lato, il busto eretto e le gambe allungate, anche in coppia con la moglie, con l'aria di chi se ne intende, mentre cibi e bevande si ammucchiavano, ordinatamente, su mobiletti appositi nei dintorni, e il personale di servizio era fortemente impegnato a servire, a cucinare e a rinfrescare l'ambiente con appositi  flabelli, di gusto molto orientale. Poi dopo pranzo e dopo cena si davano ai canti e alle danze  in festosa  armonia: sì, pranzo e cena, perché gli Etruschi mangiavano due volte al giorno, e anche per questo erano aspramente censurati dai Romani che li bollavano di essere un popolo dedito ai piaceri e non a cose più serie come la guerra e le conquiste di territori e popoli,  praticate  invece  con tenacia  dai pugnaci figli della lupa...con qualche successo, bisogna ammettere.

Un grande cratere ( foto a sinistra)  conteneva il  vino già mescolato all'acqua di fonte, le anfore e le “mezzine” ( foto a destra) in terracotta erano per il vino schietto, grattugie,  colini e mestoli erano gli attrezzi dei sommeliers del tempo...Grattugie? Sì, proprio le grattugie (foto sotto), che venivano usate esattamente come le usiamo noi oggi: cioè per grattare il formaggio...ma non sugli spaghetti, come facciamo noi, ma  nel vino, anche se può sembrare strano, ma siamo certi che loro lo grattavano proprio nel vino. Del resto, osserva saggiamente la nostra Direttrice, anche noi spesso sbocconcelliamo una fettina di pecorino mentre sorseggiamo un goccetto di quello buono, sia rosso che bianco, sia fermo che mosso, insomma addirittura  vini diversi a seconda del formaggio prescelto per la nostra delizia di fine pasto, sia a pranzo che a cena: infatti  anche noi abbiamo conservato sapientemente  l'usanza etrusca dei due pasti al giorno, per nostra fortuna! Siamo proprio di post-Etruschi a tutti gli effetti!

Ma cosa mangiavano i nostri antenati etruschi? Praticamente mangiavano più o meno quello che mangiamo noi, come possiamo ben vedere nelle slide degli affreschi che ci ha mostrato la Direttrice: la grande dispensa dipinta in una tomba mostra pani e focacce, distribuiti in bell'ordine sulle scansie, animali da cortile appesi in alto per le zampe, un maiale e perfino un bue squartato, anche lui appeso in alto. Verdure di campo, frutta fresca come uva, fichi, mele e melograni, noci e mandorle. Le carni venivano bollite in un caldaione oppure arrostite allo spiedo (girarium )o in gratella. Si cercava possibilmente di non sacrificare gli animali domestici e da cortile, ben altrimenti utili  per uova o latte. Ma si mangiavano i ghiri, dopo averli (crudelmente)allevati all'interno di un orcio  che poi veniva rotto per estrarre le bestiole e cucinarle allo spiedo, o in gratella. Ma quando c'era da fare un sacrificio agli dei si esitava a ammazzare anche  il bue (il vero preziosissimo  trattore vivente dell'antichità) per offrirne le viscere alla divinità e poi...per mangiarne le carni, variamente cotte come sopra. Ma la gente comune  mangiava soprattutto una polentina di cereali poveri tritati e cotti nel latte, che i romani chiamavano puls, e molti legumi come piselli, ceci e lenticchie lessati. Era una dieta quasi vegetariana, con qualche uovo, latticini, verdure di campo, frutta di stagione e poco altro. La cacciagione era appannaggio dell'aristocrazia, già in quei tempi così lontani, come è rimasto fino ai giorni nostri, o quasi.  Anche il pesce era apprezzato dalle popolazioni della costa, e si trovava perfino nei mercati, dice la nostra Direttrice.

Quanto alla lingua etrusca  non esisteva la scrittura fino all'VIII secolo a.C., poi gli Etruschi  adottano l'alfabeto greco e “lo adattano alla loro lingua”  , che però è completamente diversa dalle lingue mediterranee in quanto l'etrusco  non è una lingua indo-europea, dichiara con convinzione la Direttrice. Noi conosciamo molte parole della lingua degli Etruschi ma il “suono è forse diverso, anche perché  ci sono pochissime vocali” Sull'origine del popolo etrusco si sono fatte molte ipotesi, ma quella che ci propone la Direttrice è la più affascinante : che sia una popolazione autoctona, nata qui e sviluppatasi nel territorio della Toscana e delle regioni centrali  italiche fino alla pianura padana, ma anche a  sud nel Lazio fino alla Campania.  Perché no?

Chiude la stimolante serata il Presidente Giancarlo Landini esprimendo un caldo apprezzamento  per la stimolante relazione della Direttrice Cianferoni che ci ha rivelato  anche  le inaspettate e modernissime  abitudini “paritarie di genere” adottate dai nostri antenati, almeno nei convivi e nei simposi: uomini e donne testimoni delle  gioie condivise nella vita, e non solo: vedi i sarcofagi con gli sposi ancora insieme, per sempre...

  

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