LA GRANDE BELLEZZA

Di Firenze, naturalmente… Siamo nella piccionaia del Westin Excelsior, alle otto della sera dell’11 luglio, cioè nel super attico (ex abusivo) al sesto piano del palazzone ottocentesco di questo albergone di lusso che ci ospita, mansardato e fortunatamente anche terrazzato, da cui si spazia sulla città ai nostri piedi. Colpisce tutti la inconsueta (e curiosa) prospettiva del grande mucchio architettonico del Duomo, schiacciato a destra dal campanile più bello del mondo (di Giotto, naturalmente) che gli sta davanti e che  lo copre in parte come per dire: ci sono anch’io, chi credi di essere? Mentre il tetto a candidi spicchi del Battistero fa la sua parte coprendo anche lui, in basso, la stessa facciata del Duomo, così ridimensionato da quel pallone gonfiato che normalmente è, o almeno così appare.

Una luce dorata e un po’ rosata si stende magica su tetti e monumenti, e perfino sulle colline che fanno laggiù da scenario (magico) a questa città, forse troppo bella per essere compresa fino in fondo dai suoi abitanti; e forse amata non abbastanza da loro come meriterebbe. Ma penso che l’amore è innanzi tutto rispetto, (forse) non sempre praticato dai suoi abitanti, talora un po’ distratti da tanta grazia; e (forse) nemmeno dai suoi governanti (del passato, naturalmente!) : c’est la vie! Cioè questo è il destino dei troppo belli!  Ma quassù, a volo d’uccello, l’incanto ci salta addosso, la bellezza sembra esplodere davanti a noi, tutto è bello in questa luce che tramonta col sole, e che con lui si scolora piano piano, fino a buio.

Ma Sandro  freme, per cui suona deciso la campana, scattano gli inni, mi giro e scorgo  Claudio B. che non esita a canticchiare, con tenue voce baritonale e in lingua originale, l’intero testo dell’Inno alla Gioia che F. Schiller (1759-1805) aveva scritto a poco più di vent’anni; e che il grande Beethoven aveva scelto per la sua ultima sinfonia (la nona) qualche anno dopo (1824); e che il Consiglio d’Europa ha adottato come Inno Europeo nel 1972, forse su autorevole proposta del celebre direttore d’orchestra  H. von Karajan. Dopo la musica il popolo dei Rotariani piomba fulmineo sul lungo e generoso buffet per fare il pieno delle immancabili penne strascicate e delle trofiette al pesto, altro classico di questa cucina alto-locata (siamo al sesto piano…). Il salmone è un successo planetario, il mio vicino Andrea B. mi confessa, senza arrossire, di averlo preso tre volte. Ma c’è anche un frittone di pesce misto, mentre bresaola e porchetta à go-go completano l’offerta della serata, che si conclude con vari dessert allegramente colorati. Compare alla fine  un piattone gigante che offre una montagna di cubettoni di cocomero rosso fuoco, fortunatamente ghiacciato e quindi particolarmente invitante in questa sera d’estate non proprio freschissima, che è subito preso d’assalto  con entusiasmo da tutti noi. Wasser-melone, borbotta il nostro Jörn, visibilmente soddisfatto.

Chiede la parola il P.P. Giancarlo Landini che vuole informare i Soci dell’arrivo, fresco di stampa, del volume che raccoglie i report di tutte le serate della sua annata. E’ intitolato: “Ripensare il Rotary” e verrà consegnato ai Soci presenti dalla nostra segretaria Barbara, in fine di serata. Sono le Spigolature di Nino Cecioni,  quarto volume della serie iniziata nel 2014 con il P.P. Lucio Rucci, e proseguita nel 2015 con il P.P. Paolo Bellesi, poi con il P.P. Franco Puccioni nel 2016 e infine quest ’anno (2017)  con il P.P. Giancarlo Landini, dal quale l’autore viene proclamato “annalista del club” e pubblicamente ringraziato. Sono 217 pagine di testo con numerose fotine (piccole foto) anche a colori, che raccontano ogni serata organizzata da Giancarlo, ognuna col suo titolo e le sue foto. Inoltre contiene una sostanziosa Introduzione scritta da Giancarlo stesso, nella quale riassume la filosofia della sua annata in tutti i suoi aspetti: dai service, all’amicizia, alla diversità, alla integrità e alla leadership. Infine questo volumetto presenta i report delle principali riunioni distrettuali, in genere tematiche cioè “a tema fisso” come il Seminario Progetti rotariani del 22 ottobre (a pag.44) nello  splendido Borgo San Luigi di Monteriggioni; il Seminario sulla Fondazione Rotary ad Artimino il 19 novembre (a pag.67); il report straordinario della visita a Norcia di Piero Germani e Claudio Borri a rifornirsi di prodotti locali per la nostra Festa degli auguri (a pag 83); il Seminario tecnico del 14 gennaio allo Sheraton (di Firenze) per presentare le ultime novità introdotte dal Rotary in materia di Nuovi Soci, assiduità alle conviviali, classifiche, riunioni dei club e tanto altro alle pagine 98-106 (sì, avete letto bene, sono nove pagine ma c’è tutto quello che si dovrebbe sapere su ciò che bolle nel pentolone del Rotary internazionale…Infine un “Amarcord” del grande Distretto 2070 poi frazionato nei due Distretti attuali: il nostro 2071 e il loro 2072 di Emilia-Romagna (a pag.149); e un’anteprima dell’annata distrettuale ‘17-’18 presentata a Calambrone il 6 maggio dal nuovo Governatore, il sardo-pisano Giampaolo Ladu (a pag.178). Tutto qua…

“Quanti di noi, recandoci al lavoro, vediamo le bellezze che ci scorrono davanti tutti i giorni”? Si chiede (e ci chiede) subito il nostro ospite di stasera, il Prof. Paolo Di Nardo, un simpatico architetto “cinquantino” (come direbbe il commissario Montalbano) che insegna Progettazione Architettonica alla nostra Università di Firenze. Città  dove  è nato per caso, da famiglia abruzzese trapiantata a Firenze per decisione del nonno: è inoltre un fedele amico del Presidente Sandro Rosseti fin dai tempi della prima liceo, come ci informa, con l’abituale  allegria, lo stesso Sandro. E soprattutto è innamorato di Firenze, che non esita a proclamare con commovente convinzione “veramente la città più bella del mondo”. E lo dice con la certezza appassionata di un innamorato adolescente alla prima “cotta”, che sa vedere nell’amata solo tutto ciò che di bello, di buono e di poetico esiste al mondo, il resto non conta, non esiste: infatti come può esistere qualcosa di più bello di Firenze? Certamente no, basta affacciarsi (dice Paolo) da quella vetrata sulla grande terrazza per vedere, tutte insieme, un concentrato delle cose più belle al mondo sparpagliate laggiù, quasi casualmente, da qualche artista supremo per la gioia sua e di tutti noi, attuali fruitori di tanto impegno artistico creativo (senza molto merito, se non l’esser vivi, deo gratias). Perché Paolo (Di Nardo) è fermamente convinto che dietro a tanta bellezza “c’è un progetto, c’è un disegno nascosto” che è immediatamente avvertito dalle anime più sensibili al bello fino a morirne, o almeno fino a cadere svenuto nel  mezzo di  Piazza Santa Croce, in coma “estatico” come è accaduto a Stendhal (1783-1842), responsabile (malgré soi, suo malgrado) della celebre “sindrome” che lo portò quasi al camposanto. Ma sopravvisse, e si dedicò proficuamente a molte altre avventure, soprattutto letterarie, non  solo nella nostra città.

Socrate, Platone e Pitagora hanno dato le loro indicazioni sulla bellezza; ma anche i “moderni”Palladio, Le Corbusier e  Sorrentino hanno saputo scavare nelle bellezze del passato per tentare una sintesi moderna nel proprio ambito artistico, pur così diverso: l’architettura e il cinema. Ma la bellezza cambia con il tempo? E’ soggettiva oppure è qualcosa di oggettivo? “La bellezza è bella perché dietro c’è un progetto” insiste il nostro ospite, ma allora sembra importante scoprire questo progetto per goderne la bellezza: o no? Per esempio, prosegue il nostro amico, la Piazza della SS. Annunziata - ovviamente la più bella del mondo, ca va sans dire - è stata progettata dal Brunelleschi (1377-1446) con un fine ambientale e architettonico chiaro fin dai nove gradini sotto al porticato: li saliamo, ci giriamo a guardare la piazza e non possiamo non percepire la geometria della bellezza che nasce sotto il nostro sguardo che abbraccia intera questa piazza immensa, figlia del “rettangolo aureo” racchiuso nella sua semplicissima planimetria.  Cioè?

La piazza è stata concepita da Messer Filippo nella cosiddetta “proporzione aurea” cioè con i due lati del rettangolo (della piazza) in rapporto fra loro uguale  a quello fra il lato minore e la differenza fra i due lati. Tale rapporto è di  1, 618… ed è lo stesso che c’è sia fra i due lati del rettangolo (della piazza SS. Annunziata) che fra il lato minore e la differenza fra i due lati (vedi sopra). Questa proporzione è nota fino dall’antichità classica greca per merito di Euclide (quarto secolo a.C.) , contribuisce a creare quella armonia d’insieme misteriosamente affascinante nell’opera d’arte che la contiene: sia essa una piazza, come in questo caso, cioè un’opera architettonica, che una pittura o una scultura. Forse qualcuno ricorderà il P.P. Domenico Taddei (anche lui arch. Prof.) che ce ne parlò con entusiasmo mille anni fa’ (quasi…) a proposito delle proporzioni di una antica porta (medioevale? romana? greca?) che ci andava illustrando  con delle slide: lui citava a memoria il numero aureo con tantissimi decimali, non solo i tre di cui sopra (1,618…). Grazie Domenico!

Semplice è bello: anche la struttura della città romana Florentia, fondata qualche anno prima della nostra era, cioè intorno al 50 a.C., come “castrum” romano (cioè accampamento fortificato e recinto da mura)   ne aveva la tradizionale semplicissima disposizione, dice Paolo: era un quadratone, diviso in quattro da due strade che si incrociavano nel mezzo (del quadrato) e delimitavano quattro “quartieri” . Le due strade erano orientate con precisione in direzione est-ovest (il cosiddetto decumano) che corrisponde oggi a via Strozzi e via degli Speziali; e in direzione nord-sud (detto cardo massimo) che corrisponde oggi all’asse via Roma-Ponte Vecchio. Firenze (Florentia) era in pianura, ma con chiaro “riferimento visivo alle colline” tutte intorno, sia a nord che a sud della città, riferimento mantenuto poi anche da Brunelleschi che “ha capito quanta bellezza” scaturisce da “questo rapporto ambientale fra città e collina, fra le colline e i monumenti”.  Anche se  gli antichi romani probabilmente pensavano ad altro quando costruivano un accampamento militare, per farne poi una città: pensavano alla sicurezza, alla disposizione razionale delle varie zone, quindi tutto doveva essere semplice e pratico per la difesa militare e per la vita dei soldati. Per entrare e uscire c’erano solo quattro porte che si aprivano al centro di ciascun lato, tutto simmetrico, tutto pratico e razionale: gli antichi romani non erano certo famosi per la loro fantasia, ma quanto a praticità e funzionalità militare nessuno li ha mai superati, per almeno cinque secoli.

Ma la semplicità ha una sua bellezza e  nel caso di Firenze-Florentia le veniva dalle colline a nord e a sud dell’accampamento, poi cresciuto rapidamente fino a diventare una vera città. Quelle colline  sono splendide oggi,  quindi  chissà come lo erano allora, poste quasi a guardia dell’insediamento di quei soldatacci, super addestrati a combattere qualunque nemico, che vivevano con un pugno di grano in saccoccia e con la speranza di sopravvivere alle tante guerre fino ad arrivare ad essere dei veterani di guerra e ricevere un pezzo di terra da coltivare liberamente e in pace. Avranno anche loro sentito il fascino del luogo, del bel fiume, delle bellissime colline che incorniciavano le loro “case”? Forse sì, interpretando il pensiero di Paolo Di Nardo, così sensibile alla bellezza dovunque sia, comunque si mostri, nell’architettura come nella pittura e nel paesaggio. O anche nella musica, che lui definisce, un po’ misteriosamente, “spazio mentale” e che (forse) lui ama come espressione dell’unico grande amore: la bellezza-tout court, la bellezza e basta. Ma soprattutto - da architetto- la bellezza della “struttura quando diventa architettura”: parola di architetto…

 

 

 

 

VIVA IL ROTARY!!

 

 

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