P.s. : il giorno dopo…(Lalibela a Parigi)

Sono a Parigi, penso agli amici che oggi (martedì 12 settembre) si riuniranno fra poco al ristorante Lalibela di via Faenza, a Firenze.  Vorrei essere con loro per condividere la stimolante esperienza di una cucina etnica a me del tutto sconosciuta, ma sono quassù, molto lontano. Quando…proprio vicino a casa, in rue Notre Dame de Lorette, vicino al nostro fornaio, alzo lo sguardo e scorgo, con grandissimo stupore, l’insegna rossa e ocra del Restaurant Addis Abeba,  che, subito sotto al nome, precisa: Spécialités éthiopiennes.  Tombola! Non ci posso credere! Proprio oggi e proprio qui a Parigi! Se questo non è la voce del destino…Ma oggi non posso, ci andremo domani, mercoledì 13, intanto mando a Filippo la foto del biglietto del ristorante portomi da una gentile signora “scuretta” di mezzetà che mi ha visto da dentro il locale mentre sbirciavo il menu esposto in strada (il locale apre più tardi) e che si affaccia alla porta con un pentolino in mano fumante di caffè in corso di tostatura, dal profumo intenso e buonissimo, per offrirmi il biglietto del locale e invitarci a venire:  “sarete sempre  i benvenuti” ci dice con un gran sorriso.  Oltre al biglietto chiedo a Filippo di darmi “consigli tecnici”, cioè cosa ci consiglia di ordinare. Mi risponde, dopo solo 8 minuti, cioè subitissimo,  per spiegarmi cos’è la “engera”, mi accenna poi alla immancabile  purea di lenticchie o di ceci, alla carne a piccoli pezzi col sugo rosso piccante “che andrebbe mangiata con le mani avvolgendola con la enjera: vedi di destreggiarti con queste dritte” conclude Filippo. OK, ci proveremo.

 

Lalibela anche qui: una fotona targata “Ministero del turismo etiope” ciondola in bella mostra sulla parete principale con l’immagine della chiesa ipogea di San Giorgio, realizzata “in negativo” (mi spiega Filippo) cioè scavando la montagna , con dentro archi e colonne. Ma  la foto che Filippo mi ha mandato qui a Parigi è mille volte meglio di questa, modesta e poco attraente, appesa alla parete sopra il nostro tavolino. Qualche curioso strumento a corda tipo chitarra è appeso ai lati della porta d’ingresso di questo localino di una quarantina di coperti, alla francese, cioè ridotti al minimo, ma con belle tovagliette “etniche” coperte da un vetro, molto opportuno per le consuetudini locali di mangiare…con le mani, cioè senza usare le posate. Chiediamo al giovanottone che ci ha portato il menù se possiamo avere almeno una forchetta e un coltello, lui si gira indietro e ci dice che c’è il “patron” e non si può…Pazienza, ma poi ce le porta e le nasconde fra due piatti. Rinunciamo ad usarle, per rispetto delle tradizioni locali, come se fossimo ospiti di una casa privata e i padroni di casa ci avessero invitati a pranzare con loro. Vabbè, mi pare un po' eccessivo ma in effetti mia moglie ha ragione, è più rispettoso anche se siamo in un ristorante (e quindi si paga la cena)  non invitati a casa come ospiti.

 

Chiediamo una birra etiope al solito giovanottone, che sfoggia una T-shirt identica alla nostra tovaglia, e gli chiediamo cosa ne pensa della Lalibela della foto sopra il nostro tavolo: confessa di non esserci mai stato anche perché lui è eritreo, non etiope, e quella curiosissima chiesa sotterranea si trova in Etiopia, “costruita dai primi fedeli cristiani per evitare il pellegrinaggio in Terra Santa” e per questo è chiamata la “Gerusalemme etiope”, mi scrive Filippo. Il giovanottone si muove fra i tavoli con la morbida agilità di un giovane felino della sua terra, ma la sua espressione non ha niente di aggressivo, è mite e gentile, sorridente e ospitale. La musichetta di sottofondo, con il suo piffero e qualche tamburino, lascia indovinare i paesaggi vuoti, lontani, immensi che l’hanno ispirata, la birretta etiope scende bene, non è forte ma si sente: siamo in attesa di un super-piatto vegetariano e di uno normale, “da condividere”? chiede il giovanottone, sì, da condividere, il dio della tavola ce la mandi buona!

 

Così arriva un piattone enorme di latta smaltucchiata alla meglio con un bordo rosso che stacca clamorosamente dal fondo nocciola chiaro della enorme “piadona” (la engera etiope) che tappezza interamente il piattone, costellato dalle varie porzioni del mega-piatto, appena separate fra loro, quella “vegetariana” da quella con la carne. Nel mezzo troneggia una temibile coscia di pollo interamente ricoperta da una salsa che fa pizzicare la lingua solo a guardarla. Accanto ad essa biancheggia un ovetto sodo molto rassicurante, pur essendo adagiato su di una salsetta rosso-fuoco . Qualche mucchietto di tranquille verdure, spinaci e insalata, si alternano a temibili spezzatini che confermano, al palato, la loro anima infuocata. La provvidenziale birra etiope aiuta a spengere almeno in parte l’incendio delle povere papille gustative, ripetutamente aggredite dai sughi delle carni di fuoco (etiope, naturalmente...). Un provvidenziale gelato al limone chiude la cenetta africana, servito con un tradizionale cucchiaino, molto apprezzato dopo la performance “a mano libera” del resto della cena, seguita alla lettera da tutti gli altri commensali, come se fosse cosa normalissima mangiare uno spezzatino di carne avvolgendolo con un brandello di “piadona” e portare il tutto alla bocca, cercando di evitare sbrodolamenti e cadute di pietanza, pazienza se va nel piatto, un disastro se va di fuori…

 

Fine di questo “gemellaggio” molto speciale, a distanza, suggerito da Filippo, con il Rotary nel cuore.

 

VIVA IL ROTARY!!

 

 

 

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