MANGANI E GUALCHIERE…

Siamo tutti (o quasi…) puntualissimi alle 19 di questo 19 settembre nella saletta  che ospita il  Consiglio del club, al Westin Excelsior, pronti a resistere in allegria a un paio d’ore, ma invece no, solo un’ora e mezza di programmi trimestrali del club, celebrazioni del trentennale del nostro Rotaract, revival della nostra rivista, situazione economica del club e, dulcis in fundo, di una  curiosa lettera del Governatore (il sardo-pisano Giampaolo Ladu) - in visita chez nous il 28 novembre, della quale ci parlerà lo stesso Presidente Sandro Rosseti.

Poi tutti in Sala Affreschi ad accogliere il nostro ospite di stasera, il sorridente cav. Luciano Artusi della famiglia del sommo Pellegrino (1820-1911) che per primo dopo l’unità d’Italia ha insegnato alle nostre nonne a cucinare “italiano” e lo ha fatto qui a Firenze, sua città di elezione dalla natia Romagna (era nato a Forlimpopoli), nella sua bella casa di Piazza D’Azeglio. E il nostro P.P. Paolo Petroni, anche nella veste di Presidente della Accademia Italiana della Cucina, ha voluto porgere all’Artusi di oggi una copia molto speciale dell’Artusi di ieri, con dedica autografa personale: è la edizione per il centenario della scomparsa di Pellegrino, per la quale lui (Paolo) ha scritto la Prefazione, ricordando, non senza emozione, che la prefazione della edizione speciale per i 50 anni dalla scomparsa di Pellegrino fu scritta dal fondatore stesso della Accademia, il grande scrittore, giornalista e gastronomo Orio Vergani (1898-1960).

Siamo una quarantina abbondante di soci presenti, Sandro (Rosseti) parla brevemente della brutta alluvione che ha colpito, pochi giorni fa’, la città di Livorno e per la quale si sono subito mobilitati i Rotary club locali, che hanno aperto una sottoscrizione in favore dei volontari che stanno aiutando la popolazione colpita: anche il nostro club darà il suo contributo raccogliendo fondi con una cenetta di beneficenza ad hoc. Paolo Sacchi, amico da una vita del nostro ospite, gli esprime con calore tutta la sua stima di attento e serio ricercatore di notizie d’archivio e si dice “compiaciuto della sua amicizia”. Risponde il sorridente Luciano Artusi complimentandosi con il “fiorentinaccio” Paolo (Sacchi) del coraggio dimostrato, in questi tempi in cui “le librerie e i giornalai chiudono”, riaprendo subito la sua libreria in via Lambertesca dopo la chiusura di quella, storica, in via della Vigna Nuova.

Ma stasera si parla di mestieri cioè di lavoro: e “il lavoro è cultura e nobiltà” dichiara Artusi. Si parte quindi dai nostri nobilissimi e operosi antenati Etruschi, da cui “i fiorentini hanno ereditato quattro cose” dice convinto il nostro Artusi: prima di tutto la “c aspirata”, è sicuro che la aspiravano anche loro ; poi “i cipressi, per segnare i confini delle proprietà, offrire una barriera al vento e ornare  i cimiteri”; “i crostini di fegatini” sono pure loro  un’invenzione etrusca, dichiara Artusi, fra lo stupore generale; e infine l’espressione di “governare le bestie, governare i polli” ancora diffusa nelle nostre campagne  nel senso di dare loro da mangiare è tipica degli etruschi, dice Artusi,  evidentemente convinti che il Governo “dava da mangiare al popolo, ora le cose si sono un po' invertite” osserva maliziosamente il nostro ospite…

Il quale ci  parla poi di “qualche mestiere poco conosciuto” inghiottito dalla notte dei tempi…e dalla moderna meccanizzazione. Mestieri curiosi e scomparsi come quello del “manganatore” cioè dell’operaio tessile addetto al mangano, un attrezzo a rulli che serviva a “rifinire” i tessuti, ad ammorbidirli e a renderli più soffici rispetto a quando uscivano dalle “gualchiere”, gli impianti che producevano “pannolani” cioè stoffe di lana pesante battendo e comprimendo la lana di tosatura  con macchinari che erano situati vicino a un fiume per utilizzarne la forza motrice con ruote da mulino. L’ultima gualchiera esistente è quella di Remole, sull’Arno di fronte alle Sieci, di proprietà fiorentina ma situata nel Comune di Fiesole (o di Pontassieve?), ora in abbandono e materia di contesa fra i Comuni coinvolti, peccato, speriamo che venga restaurata a futura memoria. L’ultima asta per la sua vendita è andata deserta, ahimè, come si è letto recentemente sulla stampa locale. Erano richiesti 2,2,milioni di euro…

 Altro curiosissimo mestiere era  quello detto dello “spandino”  che “spandeva” cioè distribuiva su appositi   terreni, a ciò destinati dalla comunità,  l’immondizia che veniva raccolta in città dai netturbini e da loro ammucchiata su quei terreni, su cui veniva poi distribuita a strati regolari dagli “spandini”…Ora quel lavoro viene fatto dalle pale meccaniche a cingoli che in una giornata “spandono” almeno un ettaro di terreno, forse cento volte di più dello spandino medioevale, e con nessuna fatica del manovratore, che se ne sta seduto in cabina, magari con l’aria condizionata e la musichetta in cuffia…Non dico che se la goda, ma rispetto ai suoi antenati spandini direi proprio di sì!

Ma, spandini a parte, nella Fiorenza antica fiorivano le arti (da cui la parola artigiano) , al punto che furono codificate rigidamente in arti maggiori e arti minori, ciascuna con il suo stemma e la sua “casa”. Le “arti maggiori erano sette: la prima e più socialmente “importante” era quella “dei giudici e dei notai”  il cui stemma era una stella a otto punte dorate; poi veniva per importanza l’arte di “calimala” che aveva per stemma un’aquila dorata che “afferra il torsello”(l’anima interna della pezza di stoffa) : era la corporazione dei mercanti di tessuti, del “commercio dei panni” comperati grezzi e lavorati finemente delle mille botteghe artigiane di Firenze per rivenderli in tutta Europa con largo margine di guadagno per tutti, mercanti e artigiani. Poi Artusi jr. cita “l’arte del cambio” : cambio di moneta, ma non solo, anche “commercio di preziosi, prestito di denaro, credito” insomma l’attività delle banche, o dei “banchi” come si chiamavano allora. Che ebbero alterne fortune, proprio come oggi: saltarono il banco dei Peruzzi e quello  dei Bardi per aver finanziato il re inglese Edoardo III che però…non restituì mai i fiorini ricevuti e fece fallire che glieli aveva prestati, appunto i Bardi e i Peruzzi. Come è accaduto in tempi recenti (2008) per la Lehman Bros. di New York “saltata” per le sue perdite (di ca.7 miliardi di dollari), nemmeno tante se si pensa alle perdite delle nostre “banchette” di provincia, anche antichissime e blasonate, salvate in extremis dal Tesoro pubblico italiano (meno male…). Lo stemma dell’arte del cambio era uno scudo in campo rosso con sopra i fiorini d’oro: ma forse qualcuno dell’arte del cambio doveva aver esagerato un po’ se il Granduca decise di far venire a Firenze gli ebrei -racconta Artusi- che tradizionalmente svolgevano quelle attività e che si stabilirono nel ghetto situato nella zona della attuale piazza della Repubblica, demolito con il Mercato Vecchio alla fine dell’ottocento (1885-95).

Fra le “arti minori” di Firenze, che erano 14 e forse qualcuna di più aggiuntasi negli anni, Artusi cita quella violenta dei “beccai” cioè dei macellai “difficili a gestire con tutti quei coltelli”: turbolenti e inquinatori delle strade pubbliche della città, furono trasferiti tutti sul Ponte Vecchio per gettare direttamente in Arno i sottoprodotti della loro lavorazione. Molti dei beccai si trasferirono ad abitare sopra alle loro botteghe (sul Ponte Vecchio) per cui, racconta Artusi, quando si volle realizzare il corridoio “vasariano” quei beccai che avevano rialzato le loro botteghe sul Ponte Vecchio per farne la loro abitazione furono profumatamente indennizzati dal Comune di Firenze che doveva  espropriare le loro case, nonostante fossero sostanzialmente “abusive” dice Artusi. Ma i beccai erano molto potenti…Il loro stemma era un “becco”, cioè un caprone nero con le corna in campo d’oro. Fra le arti minori cita anche quella dei “segatori” di legname, cioè dei tronchi che arrivavano a Firenze via fiume dal Casentino nella attuale piazza Mentana (già piazza delle travi) e che venivano segate in assi con la tecnica del “filo e per segno”: due segatori tendevano  un filo impregnato di carbone o di terra rossa alle due estremità del tronco, qualcun altro lo sollevava nel mezzo e lasciandolo andare “marchiava” il tronco con una linea perfetta che serviva da traccia al segatore per andare diritto con la sega. E’ una tecnica ancora usata dagli imbianchini per “segnare” delle linee perfettamente diritte sulle pareti da dipingere o da decorare .

Artusi termina citando il rocambolesco ricupero della quattro chiavi della Porta San Gallo (di Firenze)  originali in acciaio bronzato nel  loro contenitore originale in cuoio, donato, non senza difficoltà, al Comune di Firenze per lascito testamentario da sir Harold Acton (1904-1994)  scrittore, storico e collezionista d’arte anglo-americano, vissuto quasi sempre (non in periodo di guerra) alla Villa La Pietra, da lui lasciata alla Università di New York: ma non le chiavi, che lui volle che fossero rese al Comune di Firenze. Il quale però “si dimenticò” di rispondere alla lettera dell’erede di sir Harold che ne dava comunicazione ufficiale al Comune stesso. Solo con l’intervento di noti personaggi della politica e della cultura fiorentina il Comune di decise ad avviare la pratica per rientrare in possesso delle preziosissime chiavi della nostra città: ma  è stata dura!

Grazie Luciano Artusi, e grazie Sandro, per le tante notizie e notiziole di stasera  sulla nostra città, sugli antichi mestieri e sulle arti che la resero grande, ricca e potente per molti secoli, molti dei quali sopravvivono anche oggi: artigiani della lana, della seta, del cuoio, delle pellicce, del legno, dell’olio e del vino (oliandoli e vinattieri come erano chiamati un tempo), del pane (fornai), delle tinture dei tessuti (tintori) del ferro (fabbri, spadai e corazzai)…e tanti altri fra cui anche gli albergatori, che pure avevano la loro “arte” e il loro stemma…

 

VIVA IL ROTARY!!!

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