ANTICHI OSPEDALI FIORENTINI (e non solo)

 

Oggi è il 17 aprile 2018 e siamo appena entrati nella luminosa Sala degli Specchi del nostro Westin Excelsior che il Presidente Sandro Rosseti decide di presentarci subito un nuovo Socio: è Simone Meneghini, presentato da Andrea Bandelli. E’ un past-President del nostro Rotaract nell’annata 1995-1996 e si occupa della “importante azienda di famiglia nel settore automotive”. Ce ne parlerà alla prima occasione, speriamo presto, come ci conferma super-Sandro con decisione, quando lo ascolteremo con curiosità per spiegarci meglio quella espressione “automotive” usata dal suo presentatore: OK, settore automobili, ma in quale : compravendita, riparazione e manutenzione, elaborazione motori, carrozzeria? Lo sapremo presto.

Sandro ci ricorda che ci rivedremo sabato 5 maggio (che data…) a San Rossore dove, per i buoni uffici del Socio Luca Petroni, avremo la possibilità di visitare la Tenuta di San Rossore in trenino (!); poi sosta sulla spiaggia e infine pranzetto nel localino all’interno del parco: prenotazioni da Barbara, affrettarsi.    Sandro poi mostra a tutti la sua nuova cravatta, che ha ricevuto in dono-ricordo  dal Rotary Firenze Est dove, il 14 di questo mese, era invitato con altri Presidenti fiorentini a festeggiare i 50 anni dalla fondazione di quel Club (nel 1968)  cioè un solo anno prima del nostro. Seratona  all’Hotel Four Seasons con il Rettore Luigi Dei in gran forma che ha parlato del “valore della conoscenza per le società del futuro” dopo che  alcuni Soci past-President hanno rievocato gli  eventi principali di quei cinquanta anni di Rotary. Presenti anche il Sindaco Nardella, Eugenio Giani e l’Assistente del Governatore Letizia Cardinale, futura Governatrice del nostro Distretto nel 2020-2021. Pompa magna e simpatica allegria, perché il Rotary è anche questo, deo gratias…

La parola passa al past-President Giancarlo Landini per alcune notizie sugli antichi ospedali di Firenze. Alla fine del medioevo Firenze era “città ricca e molto sociale cioè con una vera rete sanitaria di assistenza sociale grazie anche alle Corporazioni che avevano creato numerosi  Ostelli-Ospedali di loro proprietà e che facevano dell’assistenza un vanto”. L’Ospedale di Santa Maria Nuova (SMN) era stato fondato nel 1288 da Monna Tessa, la “tata” di Beatrice Portinari, così cara al super-poeta Dante che, nella sua Divina Commedia, la infilò direttamente in Paradiso. “Era un vero ospedale moderno e laico per la cura dei malati acuti , un ospedale libero per tutti e non solo per un particolare gruppo di cittadini: con la sua struttura a croce fu copiato in tutta l’Europa” e fu preso a modello anche  per la sua razionalissima organizzazione nella assistenza ai malati. Inoltre l’Ospedale di SMN è stato “la scuola di medicina dove per 500 anni hanno studiato tutti i medici della Toscana”, che ricevevano una “matricola” che li abilitava ad  esercitare la professione medica.

Ma prima di questo grande Ospedale erano già nati a Firenze molti altri Ospedali in epoca medioevale: come scrive  Giovanni Villani (nel 1300) Firenze era una “città ospedaliera”. Infatti con soli 90.000 abitanti “aveva  trenta ospedali con più di mille letti ad alloggiare poveri e infermi”. Già intorno all’anno mille vi erano fuori città gli ostelli per i pellegrini e per i poveri e infermi, come l’Ospedale del Bigallo a Bagno a Ripoli e l’Ospedale del Pellegrino in via Bolognese,  gestito questo dai famosi Cavalieri del Tau, primo ordine religioso cavalleresco d’Europa nato ad Altopascio, città della lucchesia  dove i frati suonavano all’imbrunire una  celebre campana detta “la smarrita” per indicare ai pellegrini nella  vicina via Francigena dov’era la città che li avrebbe accolti.

Nell’anno 1040 era stato costruito anche l’Ospedale di San Giovanni Evangelista nel centro di Firenze,  fra il Battistero e la basilica di Santa Reparata che si trovava dove ora c’è il Duomo: infatti quell’Ospedale fu poi  demolito per fare spazio alla costruzione dell’immensa Cattedrale di Firenze, la chiesa più grande del mondo di allora.  Di Santa Reparata rimangono però ancora dei resti nella cripta sotto al pavimento del Duomo. Dopo la demolizione dell’Ospedale di San Giovanni Evangelista il suo posto come ospedale principale di Firenze fu preso da Santa Maria Nuova.

Nell’anno 1186 era stato fondato fuori dalle mura l’Ospedale di Sant’Eusebio come lebbrosario della città, che accolse in seguito anche malati “tignosi e rognosi”. Oggi non esiste più e al suo posto c’è un grande albergo di lusso.

Nel 1200 fu fondato, in piazza Santa Maria Novella, dai frati francescani l’Ospedale di San Paolo e affidato alla gestione dei “Pinzocheri” , che erano dei laici devoti e caritatevoli. Esso divenne nel 1400 l’ospedale dell’Arte dei Giudici e dei Notai,  per il quale fu costruito da Michelozzo un grande elegantissimo porticato; e nel 1504 “gli fu annesso il vicino Ospedale dei Santi Jacopo e Filippo che era situato fra via Tripoli, via delle Casine e il lungarno della Zecca Vecchia. Alla fine del 1500 questo ospedale fu dedicato ad accogliere i “convalescenti” provenienti da Santa Maria Nuova, cioè “i malati lungo-degenti cui veniva riservato un vitto speciale (ipercalorico) fino alla guarigione”. Nel 1780 cessò la sua attività ospedaliera per divenire la “Scuola Leopoldina per le ragazze nubili” dai 6 ai 18 anni in cui si insegnava a leggere, scrivere, far di conto, cucito, tessitura, religione e  igiene. Ora c’è il Museo del Novecento.

Nel 1372 era stato fondato l’Ospizio dell’Orbatello in via della Pergola  per accogliere donne anziane indigenti “orbate dell’assistenza dei parenti”: di qui il nome. Ma in seguito (sotto Cosimo III ) l’Orbatello accolse “donne gravide occulte vergognose” (ragazze madri)  i cui bambini venivano portati allo Spedale degli Innocenti : erano ogni anni da 80 a 200 bimbi.

Nel 1380 fu fondato l’Ospedale di San Giovanni di Dio in Borgo Ognissanti dal mercante Simone Vespucci nelle sue casette di quella strada. Esso fu poi affidato ai Fatebenefratelli nel 1500 ca. e poi accorpato a Santa Maria Nuova nel 1785 ma rimanendo  autonomo: da allora si sviluppò come ospedale prevalentemente chirurgico. Nel 1982 fu trasferito a Torregalli.

Un altro antico ospedale fiorentino, situato fra via Ricasoli e piazza S.Marco, era quello di San Matteo fondato nel 1385 dal mercante Lemmo Balducci  per farne un ospizio per infermi poveri, e che era mantenuto dalla Arte del Cambio. Fu in questo ospedale che furono eseguiti i primi esperimenti di vaccinazione anti-vaiolosa intorno alla metà del 1700, poco prima di essere soppresso nel 1784.

Nel 1419 fu fondato l’Ospedale degli Innocenti, in piazza della Santissima Annunziata, da parte dell’Arte della Seta di via Por Santa Maria: è il primo orfanatrofio organizzato d’Europa dove i neonati venivano deposti dalle madri in una apposita finestrella all’esterno dell’edificio stesso. I bambini accolti in istituto venivano  educati ed avviati al lavoro agricolo in campagna o in una bottega artigiana di città.

Gli ultimi due antichi ospedali fiorentini  citati da Giancarlo (Landini) sono quello di  Santa Dorotea e l’Ospedale di Bonifacio. Santa Dorotea era in via Ghibellina, tra via delle Conce e via de’Macci, e nacque nel 1642 quando il carmelitano Pietro Leoni acquistò l’immobile di Santa Dorotea, ex educandato, per “l’assistenza e la custodia dei malati di mente”. Fu qui che oltre un secolo dopo il grandissimo  Vincenzo Chiarugi cominciò per primo a considerare i pazzi come malati da curare e non da rinchiudere: era il 1785.  L’Ospedale di Bonifacio fu invece fondato molto prima, cioè nel 1377, dal nobile Capitano di ventura Bonifacio Lupi con il patronato dell’Arte di Calimala, cioè dei “mercatanti”. Era in via San Gallo dove ora c’è la Questura.  Molti anni dopo, nel 1736, fu trasformato in “conservatorio per gli invalidi” e vi furono anche trasferiti gli “incurabili” da Santa Maria Nuova.

SECONDO TEMPO DELLA SERATA: è dedicato dal Presidente  Sandro Rosseti alle “Case dei pazzi a Firenze dal ‘600 al ‘900”. Ma Sandro comincia da lontano, cioè da  Roma, e precisamente da quell’Ospedale di Santa Maria della Pietà che, primo in Europa,  offre assistenza, oltre che agli   stranieri poveri, anche ai “disturbati” di mente, cioè ai poveri pazzerelli. Fino ad allora, cioè fino al 1548,  il criterio di ammissione a Santa Maria della Pietà era basato sulla carità, cioè sullo spirito compassionevole che spingeva ad accudire questi infelici accogliendoli “amorevolissimamente per recuperare il senno perduto”  per “tornare indietro dalla follia”. Era esattamente l’opposto di quanto si era fatto fino ad allora: i pazzerelli delle famiglie che vivevano  in campagna “si tenevano in casa” e se ne occupava  la loro famiglia, che faceva del suo meglio perché non facessero male a nessuno, neanche a se stessi. Ma nelle città era diverso: nel medioevo i matterelli si cacciavano via di casa a vivere della carità della gente, e della Chiesa. Invece fino alla metà del ‘500 in quell’Ospedale romano si “raccolgono tutti quelli che sono poveri di cervello et pazzi di qualsivoglia sesso o nazione; et questi fanno con gran diligenza e pietà curare, di maniera che molti ritornano alla lor pristina sanità” (C.F., anno 1601). Sappiamo anche che “la pubblica autorità può condurre i malati all’ospedale” ma la ammissione è decisa dai Confratelli. Le dimissioni sono invece disposte da un medico che “deve attestare la ritrovata sanità mentale” con una dichiarazione scritta, controfirmata da un Confratello.

Ma come erano “curati” dai medici quei poveri pazzerelli? Cioè che terapie ricevevano? Praticamente “i primi farmaci veri arrivano solo nel 1950” afferma Sandro con voce (un po’) dolente: fino ad allora i matterelli erano “curati” praticamente con salassi, lassativi e purganti perché i medici erano convinti che “il cattivo era dentro e andava tirato fuori”. Quindi con i salassi toglievano il  sangue “cattivo” e con le purghe svuotavano l’intestino delle cattiverie accumulate: poveri pazzerelli… Fin qui le cose non andavano troppo male: i matterelli erano accolti, nutriti e curati come si poteva con spirito di carità cristiana e di umana compassione. Ma erano cresciuti troppo, dopo quel fatidico anno santo (1550), e i soldi pubblici  erano pochi, anzi sempre meno. Inoltre il clima della “controriforma” portava ad un irrigidimento dell’ordine pubblico con la cacciata da Roma dei “falsi mendicanti, vagabondi, banditi, zingari” e il “divieto di mendicare nelle Chiese”. Nuove regole vennero  stabilite anche per l’Ospedale S.M.d.P. con criteri ben diversi da quelli originari: la “separazione dal contesto sociale” e la repressione fino alla segregazione con catene diventano la regola; il “nerbo” (cioè la frusta) viene introdotta dalle nuove norme, che invitano però “a batterli con carità e compassione”.     E le donne? Per loro fortuna sono poche rispetto agli uomini e “non sono furiose” per cui ci si limita a tenerle separate dagli uomini e isolate: talvolta vengono fatte lavorare ma non vengono picchiate né incatenate al letto perché non ce n’è bisogno. Meno male…

E a Firenze? Fino al 1643 i pazzi erano rinchiusi nel Carcere delle Stinche, un palazzone da incubo dov’è oggi il teatro Verdi. Non esiste più niente di quel carcere, ma le immagini che ne abbiamo sono impressionanti: un gigantesco cubo di pietra completamente chiuso all’esterno, senza nemmeno una finestra, con solo due porte. Era un carcere di massima sicurezza dove  rinchiudevano anche i poveri matterelli, finché nel 1643 si decise di creare il primo piccolo manicomio di Firenze in via Ghibellina, vicino a via de’ Macci , con assistenza medica e con locali singoli per metterli da soli, nella convinzione che “se metti il matto da sé diventerà savio”. E’ la Pia Casa di Santa Dorotea, a gestione privata (e a pagamento), di cui ha già parlato Giancarlo Landini (vedi sopra).  Invece l’altro “manicomio” di Firenze fu la “Pazzeria” di Santa Maria Nuova, a gestione pubblica, creato qualche anno dopo Santa Dorotea (nel 1688) in un’area appartata  del “perimetro di Santa Maria Nuova”.

Un primo passo importantissimo lo  fanno entrambi i manicomi: quello di togliere i matterelli dalle carceri per metterli in un ospedale dedicato a loro e dove la ammissione è vagliata da un medico che “ha la funzione di definire la guarigione” di tutti i ricoverati “di non sana mente”. Le camerette della Pazzeria erano 18 più uno “stanzone” per il ricovero dei “tranquilli”. Invece per  i cosiddetti “agitati” c’erano ancora le catene in entrambi i manicomi. Nel 1750 Santa Dorotea diviene un ospedale vero e proprio con l’obbligo di ricovero di tutti i malati di mente, mentre la Pazzeria viene chiusa. Poco dopo, nel 1753 il neo-ospedale di Santa Dorotea viene trasferito in un ex convento ristrutturato (in via delle Torricelle) nel quale verranno ricoverati obbligatoriamente i “mentecatti” (i matti) rimasti fino ad allora nelle carceri. Non è un gran passo avanti perché la nuova sede di Santa Dorotea ha una struttura “a fortilizio” che si presenta più come un carcere che come un ospedale: ma in realtà è un vero e proprio ospedale in cui il medico ha un primo colloquio col malato al suo ingresso in istituto per valutare a quale categoria di matti egli appartenga, e quindi in quale “reparto” vada   ricoverato. Ma in pochi anni viene a mancare lo spazio necessario, per cui Santa Dorotea deve essere nuovamente trasferita: stavolta  nell’immenso edificio che ospitava l’antichissimo Ospedale di Bonifacio, di cui ha già parlato Giancarlo Landini (vedi sopra).Il trasferimento avviene nel 1785 e prende il nome di “Ospedale della Carità per i Dementi”.  Vincenzo Chiarugi ne prende la direzione (nel 1778) e la sua gestione sarà strettamente ospedaliera e “basata sui colloqui con i degenti”: egli scriverà (nel 1794) un testo fondamentale sulle “Pazzie” che avrà un enorme diffusione  anche all’estero. In esso egli suppone che le pazzie siano “un errore di giudizio su come [i pazzerelli]  vedono le cose” che per i malati di mente sono molto diverse da quelle degli altri uomini nelle stesse situazioni. Pazzo=malato è il suo credo e su di esso fonda tutta la sua opera scientifica e il suo lavoro sul campo, cioè in ospedale. Nel 1844 avviene una seconda rivoluzione: i malati-matti sono suddivisi per categorie patologiche in reparti omogenei, con gli “agitati” che vengono separati dai “tranquilli” e dai convalescenti. La nuova direzione (di Bini)  cura questi malati anche con il lavoro manuale e le pratiche religiose, finché Bini si dimette per invocare la creazione di una nuova struttura, necessaria per l’aumento dei ricoverati, da costruirsi nell’area di San Salvi. I lavori termineranno nel 1898: vi verranno subito trasferiti tutti i ricoverati all’Ospedale di Bonifacio e resterà in attività fino alla Legge Basaglia del 1978 che ordinò la chiusura dei manicomi.  

“Sapete chi fu ricoverato a Santa Maria Nuova nei primi anni del ‘500” ci chiede il Socio Joern Lahr? Fu Martin Lutero in viaggio per Roma e si trovò benissimo, anche perché “essendo un religioso fu ospitato in una delle “camere speciali” riservate ai religiosi (e ai nobili)”- come ci precisa Giancarlo Landini che di Santa Maria Nuova se ne intende!                              

 

VIVA IL ROTARY !!

 

 

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