UN SABATO DA RE… Gita alla Tenuta di S. Rossore

Sveglia alle 6, quasi nel cuore della notte, del 5 maggio (che data…) per arrivare alla Stazione alle 8 in punto (Sandro Rosseti, il nostro Presidente, è inflessibile) e andare finalmente a San Rossore: sono mesi che se ne parla nel nostro Club, finalmente ci siamo. In meno di un’ora il “regionale veloce” ci scarica a Pisa, dove ci attende un fiabesco trenino-finto da bambini, a ruote gommate, che in realtà è un “Ford Transit” a gas camuffato da locomotiva, che tira allegramente due vagoncini per i passeggeri, noi ventisette, stipati su austere panchette. Qualcuno arriva in auto direttamente all’ingresso del parco, e poi via tutti insieme sul nostro   “trenino” che si lancia nelle stradine del parco, procedendo a zig-zag per scansare le buche più fonde.

 Si gironzola in questa che fu una tenuta reale, a suo tempo dei Medici e poi di casa Savoia, col “piccolo re” (Vittorio Emanuele III) che vi passava mesi interi fra caccia, mare e vita in famiglia, regalmente ignaro del resto del Paese, saldamente nelle mani del duce al governo. Abitavano, i Savoia, nel bel palazzo che non esiste più, fatto saltare dai nazisti (in fuga) di Kesserling, il triste esecutore degli  ordini di Berlino, urlati per cupa vendetta  contro gli italiani: e non stupisce, viste le giravolte politiche del “piccolo re”, sacrosante per noi col senno di poi (ma forse ci poteva pensare prima)  e certo mal digerite dai nostri ex-partners della guerra in corso.   Il fondo stradale della bianca stradella è probabilmente immutato del tempo in cui i teutonici invasori di cui sopra si accanirono sulle proprietà reali, non meno che  sul povero pastore pensionato, ma ex carabiniere e quindi giudicato pericolosissimo, le cui pecore al pascolo avevano inavvertitamente strappato il filo telefonico del comando militare tedesco di stanza nel parco: ucciso sul posto, con altri infelici transfughi scovati nelle buche del bosco, mal celati da misere frasche di fortuna, o di sfortuna dati gli infausti esiti. Questi sono alcuni dei tanti racconti della nostra sapiente “guida naturalistica” piazzatasi a fianco dell’autista-di-trenino, microfono in mano: si va dalle tartarughe d’acqua dolce indicate con entusiasmo sul tronco caduto nel fosso, a  un nutrito gruppetto di daini felici al pascolo da lei segnalato a gran distanza,  nell’immenso pratone  davanti a noi. Segue la commossa descrizione di un lupetto maschio recentemente avvistato nel parco, di cui lei (la nostra cicerona biologa) auspica teneramente che trovi una compagna, con la   quale ripopolare il parco di tanti lupacchiotti, ghiotti della  piccola fauna che qui abbonda.  La natura esige il suo equilibrio, proclama costei con incrollabile fede: forse  tanti animaletti (fra cui  anche  i daini) non hanno per ora alcun nemico nel parco quindi…ben vengano i lupi? Ma sappiamo che  i lupi attaccano anche i cuccioli indifesi e che quindi anche i bambini in visita nel parco forse non sarebbero  più così al sicuro:  per cui il suo entusiasmo per i lupi suscita in noi qualche fondata perplessità. Così è anche  per l’edera che avvolge da cima a fondo alcuni poveri pini: giura che non gli fa male, non li fa morire se non sono già compromessi (malati) , per cui l’edera va rispettata, guai a tagliarla (dice la nostra naturalista) come invece facciamo noi appena ne avvistiamo qualche filo che tenta di inerpicarsi a tradimento sulle piante del nostro giardino: e ci sentiamo dei veri benefattori dell’umanità dopo averla strappata fin dalle sue radici. Sarà vera gloria? Ai posteri…

Arriviamo, poi, su una duna (tombolo, per i pisani) in vista di uno splendido mare variegato di azzurro, in lieve movimento di acque profumate di sale e di alghe. Gli occhi si abbassano incauti sulla spiaggia, che scopriamo invasa da milioni di pallidi lignei detriti, spinti colà da mille libecciate. Mario C. scova fra i tanti un bel tronco asciutto su cui riposare, mentre la Gorgona spunta laggiù, a sud-ovest, segnalata dal nostro vigile anfitrione Luca Petroni, per i cui buoni uffici siamo qui a scoprire questi insoliti luoghi della costa toscana.  Ma dove sono finiti tutti quei  preziosi pini piantati dai Lorena per chilometri e chilometri di costa, a protezione delle coltivazioni di entroterra? “Sono tutti morti stecchiti dalle spume avvelenate da noi incoscienti inquinatori”, sentenzia la nostra guida: resistono a stento  qua e là pochissime piante già quasi secche,  e qualche tronco nudo senza fronde. Filiamo via rapidi da questo paesaggio forse un po’ lunare per ritrovare, oltre la duna, il ricco bosco di bellissime piante, fra cui alcuni immensi pini secolari, quelli “veri” da pinoli, anch’essi “insidiati da alcuni temibili parassiti, arrivati da oltremare” ci annuncia la guida dall’altoparlante del trenino, mentre passa incolume nelle mille buche della nostra stradella, una delle tante che attraversano il parco. Sono molte migliaia di ettari, prosegue la guida, fra Livorno, Pisa e Viareggio, circondati interamente dalle acque del mare, del Serchio e del lago di Massaciuccoli, così ricco di lucci e di persici, vero paradiso di pescatori domenicali. “Forse è grazie a queste acque che lo circondano se nel parco non ci sono vipere, almeno finora” ci tranquillizza la guida, anche se abbondano molti altri serpentelli, fra cui uno che, se minacciato, fa il morto ed emette un liquido maleolente per convincere il temuto aggressore che è proprio morto, anzi putrefatto: da non credere…

Dopo la battigia ci imbattiamo nei celebri “mucchi ”, la scura versione pisana delle candide mucche chianine, (mucchi) che erano praticamente estinti, dice la nostra giovane guida naturalistica, ma li hanno da poco “ripescati” e messi in sicurezza nei recinti di questo super-parco di San Rossore.  C’è anche qualche cinghialetto ben nascosto nelle macchie più impervie, eredi di quelli qui introdotti (chissà perché…) nientedimeno che da Paolina Bonaparte, la splendida e indomita sorellina di Napoleone, forse nel breve periodo in cui frequentò Viareggio. Sono i cinghiali “veri”, precisa la fanciulla, quelli piccoli,  magrolini  e cattivelli, ma si vedono di rado, se non sulle tavole dei tre ristò del parco…

Arriviamo al “Poldino”, una piccola trattoria ricavata nel decoroso edificio ottocentesco a lato delle magnifiche scuderie reali, di quei Savoia sempre così grandiosi nelle loro “case”, anche quelle per i loro nobilissimi destrieri…Sono (le scuderie)  forse l’edificio più rappresentativo del parco, splendidamente restaurato e Sede Amministrativa dello stesso. La giornata è splendida e il rosa-antico di questi grandi edifici dell’800  stacca allegramente sul verde foncé del bosco di pini, lecci, ontani e frassini, tipici del parco. Siamo di ottimo umore e di buon appetito, anche il caro Mario C.  siede a tavola sereno, accanto alla sua L. che, interrogata,  gli illustra in dettaglio il tiepido crostone al formaggio fuso con noce e miele. Poco dopo M. preferisce lasciare la compagnia per tornare a casa da suo figlio, venuto a prenderlo da Pisa, dove abita. Il pranzetto prosegue con una indovinata zuppa di farro, delicata e giusta di sale, e con le successive pantagrueliche pappardelle sul cinghiale, o meglio sotto il cinghiale, visto che  sono completamente sommerse dal ragù del piccolo ungulato: sono (le pappardelle) di pasta sottile, chiaramente fatta in casa e tagliata “come viene” (cioè di varie larghezze), il  sugo è sapido e consistente, praticamente sarebbe un piatto unico per noi comuni mortali… Ma non per il Presidente Sandro, che ha ordinato anche un successivo piatto di “gulasch” di cinghiale, decisamente più “compatto” del ragù ma con lo stesso identico sapore, ben accompagnato da patate al forno, morbide e delicate, e da un pugnello di olive (taggiasche?) a ingentilire il robusto piatto di carne. Il vino rosso è un “Sangiovese Cabernet Sauvignon” di Montalcino, morbido e profumato che si lascia bere anche da solo, figuriamoci con questo cinghiale sapido e piccantino. 

Un prezioso dolcino al cioccolato chiude questo pranzetto fra “tomboli” e “lame”: cioè, tradotto dal “pisano”, fra le antiche dune di sabbia e i tanti laghetti di questa tenuta “reale” e “granducale”. Si riprende il trenino a ruote che ci scarica alla ferrovia, che in meno di un’ora ci riporta a casa, con i grandi pini ancora negli occhi, e dentro il cuore. Resta il rimpianto della bella “Casa Reale” che non c’è più, nemmeno in effigie, e la curiosità di vedere quella “repubblicana” ricostruita per volere del Presidente Gronchi, dicono che sia ultra-moderna, su palafitte di acciaio inox, ma in eterno restauro, quindi mai vista: sarà per un’altra volta…

 

VIVA IL ROTARY!!

 

 

 

Il Presidente Sandro Rosseti tra Luca Petroni e la nostra guida ( PhotoPlinio)

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