QUELLA FATIDICA DATA …

 

Contrordine, amici: il caro Mario Calamia stasera non potrà essere con noi a parlarci di “Linguaggio e Tecnologia” come promesso, ma lo farà quanto prima, appena si sarà rimesso dal leggero malanno che lo ha colpito a tradimento. Queste, più o meno, le parole con cui il Presidente Sandro Rosseti ha aperto il “caminetto” del 5 giugno 2018. Al suo posto, aggiunge Sandro, il nostro super-PDG Franco Angotti ci parlerà della  “Nascita del Rotary italiano”, avvenuta dopo una gestazione molto più lunga del previsto, o almeno in ritardo rispetto ai desideri di molti italiani, che erano   pronti a frequentare un Club di amici di tutte le professioni in cui riunirsi a parlare di sé, del proprio lavoro, della propria famiglia, dei propri interessi, della società in cui si vive,  del futuro sperato (o temuto)  e di ciò che si può fare per chi è meno fortunato. Un vero Club all’inglese, anzi  all’americana: molto moderno e molto dinamico, proiettato verso l’esterno e aperto al mondo, quindi molto internazionale. Soprattutto il mondo imprenditoriale e industriale italiano era molto interessato, ma i tempi non erano ancora maturi …

ato negli USA poco dopo l’inizio del nuovo secolo, nel 1905, il Rotary nei primi anni di vita si sviluppò solo lì, in America, ma “poi in poco tempo ebbe una crescita esplosiva, anche in Europa”, in concomitanza con l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1917 fino al 1918, quando terminò finalmente la prima guerra mondiale, registrando la più tremenda carneficina che abbia mai insanguinato il nostro continente. Fu così tremenda (la carneficina) che nemmeno oggi sappiamo con esattezza quanti furono i morti, certamente almeno una decina di milioni, di cui (solo) 117.465 americani: pochissimi rispetto al totale degli “Alleati”(morti circa 6 milioni) e degli sconfitti (circa 4 milioni). Ma come si spiega questa esiguità di caduti? Ce lo spiega, indirettamente, il nostro PDG (Angotti) inquadrando la situazione storica europea al momento dell’entrata in guerra degli USA e come essa avvenne in modo originale e imprevedibile.

 Gli americani erano arrivati in Europa nel momento peggiore della guerra, quando l’esito era assolutamente incerto e  le stragi in trincea falciavano ogni giorno migliaia di giovani (e meno giovani) senza che i combattenti potessero nemmeno intravedere la fine del conflitto, bloccato nelle famigerate trincee sparse dovunque in Europa a dividere i combattenti dei diversi fronti di  guerra. Inoltre le popolazioni civili delle maggiori città erano esasperate dalla scarsità di cibo, dal durissimo lavoro legato alla produzione bellica, che aveva mobilitato nell’industria di guerra anche tantissime donne (in Italia il 20% ca. della forza lavoro) chiamate a sostituire gli uomini spediti al fronte a combattere,  e purtroppo sempre più spesso a morire. Lo scontento era diffuso anche in Italia, soprattutto nelle città del nord, Torino in particolare aveva visto una vera e propria rivolta antimilitarista nell’agosto del ’17 sedata a fatica dall’esercito con oltre 60 morti. Non va dimenticato poi che  nel febbraio di quell’anno (1917) c’era stata la prima rivoluzione russa e nell’ottobre ci sarà quella che provocherà l’avvento al potere di Lenin,  il quale predicava in modo martellante  la rivoluzione mondiale dei proletari contro la guerra  (voluta  dai governi europei) e contro il  capitalismo americano.

 Di ciò il Presidente americano Wilson (1856-1924) era preoccupatissimo, per cui egli  prese la decisione di cercare di  contrastare la pericolosa e insinuante propaganda sovietica di impronta pacifista e comunista. Così spedì in Europa, con i suoi soldati e con i loro modernissimi armamenti americani,  anche una novità assoluta per il vecchio continente:  cioè le sperimentate e ben oliate  tecniche di persuasione di massa in favore dell’America, (tecniche)  che invariabilmente la presentavano (l’America) come la vera terra promessa, la patria di tutte le libertà, il paradiso in terra degli uomini di buona volontà, aperto a tutti e pronto ad aiutare i fratelli europei per  sconfiggere i “crucchi”(i tedeschi) e i bolscevìchi (i russi post-rivoluzione di ottobre). La propaganda era molto intelligente, e su più fronti diversi, afferma Angotti:  per esempio le ambulanze della Croce Rossa americana erano tutte equipaggiate con personale in divisa militare americana per associare subito, e inequivocabilmente, la assistenza medica prestata ai feriti  alla generosa presenza militare americana in questa tragica guerra, tutta europea. Furono inoltre create varie associazioni giovanili sia religiose che laiche di supporto morale all’intervento americano, come la YMCA ( Youg Men’s Christian Association cioè Associazione Cristiana dei Giovani) prevalentemente religiosa con sede a Bologna, e altre associazioni simili a questa. Inoltre numerosi industriali, banchieri e tecnici delle comunicazioni americani furono inviati in Italia per incontrare i loro omologhi italiani e coinvolgere anche loro nella politica USA di intervento in guerra. I nostri erano (ovviamente)  interessatissimi a conoscere le più moderne tecnologie americane utili per migliorare la loro produzione industriale e le tecniche finanziarie delle moderne banche americane.

Finita la Grande Guerra (nel 1918) il Presidente americano Wilson propose a tutti i Paesi coinvolti, sia ai vincitori che ai vinti, un suo (molto personale)  Trattato di Pace, che però (curiosamente) non riconosceva ai vincitori nessun diritto in più dei vinti, non prevedendo  nessuna “punizione” verso Paesi sconfitti. Egli propose, cioè,  una “pace giusta senza [tener conto della] vittoria [degli Alleati] e il pieno diritto alla auto-determinazione delle etnie europee” comprese quelle sconfitte (di Austria, Germania e Turchia). La proposta fu condensata dal Presidente Wilson in 14 punti,  che avevano l’unico scopo dichiarato di prevenire futuri conflitti fra le nazioni europee. Quelle proposte erano piene di utopistico sano buon senso,  ma (purtroppo) furono accettate solo in minima parte dalle nazioni vincitrici della guerra. L’Italia stava vivendo un dopoguerra molto difficile, sia economicamente che socialmente, per cui in quel momento “gli americani non si fidavano più degli italiani” e decisero di rimandare la fondazione dei Rotary Club italiani a tempi meno agitati. In effetti gli anni del 1919-20 furono in Italia particolarmente turbolenti sia nelle campagne che nelle città, al punto da meritarsi il nomignolo  di “biennio rosso” per le estenuanti lotte contadine e operaie di marca socialista, che portarono alla  occupazione di molte fabbriche (del centro-nord del Paese) e di vaste proprietà agricole, con  scioperi e violenti scontri con le forze dell’ordine, chiamate dai proprietari a difesa delle fabbriche e dei poderi occupati.

 Poi con l’avvento del fascismo le acque si calmarono, almeno agli occhi degli americani, cessarono infatti le occupazioni e gli scontri con la polizia , per cui da Evanston (sede del Rotary International) fu dato il via-libera alla costituzione del primo Rotary Club italiano che nacque a Milano il 20 dicembre 1923 ( il R.C. Milano)   cui seguirono alcuni altri Club nell’Italia del nord e nord-est fra cui Trieste e Genova. Vennero poi, con molta calma, anche nell’Italia centrale: infatti nel 1925 nacquero quasi contemporaneamente i due Rotary Club  Firenze e  Rotary Club Livorno. La convivenza con il fascismo fu all’inizio abbastanza tranquilla, ma via via che il regime si faceva più autoritario e antidemocratico i rapporti con il Rotary furono sempre più difficili, fino alla chiusura forzata del Rotary che avvenne nel 1938, in concomitanza delle leggi razziali anti-ebraiche, quando i Rotary Club erano in Italia già 34 con 1.600 Soci totali. Fine del primo tempo del Rotary italiano,  che però risorse brillantemente dalle sue ceneri (e da quelle del fascismo) nel 1945-46 come prosecuzione diretta dei 34 Club chiusi prima della guerra  con molti dei vecchi Soci di allora, più molti altri, naturalmente. Ora i Club italiani sono 876 .con un totale di 40.099 Soci: solo a Firenze i Rotary Club sono una buona ventina con un migliaio di Soci, in Toscana sono 66 con la bellezza di 3.341 Soci!

 

 

 

P.s. In fine serata vedo che Pino (Chidichimo) mi vuole parlare riservatamente, mi avvicino e lui mi bisbiglia all’orecchio due fatidiche parole: NOZZE D’ORO!!! Pensavo che fosse venuto a sapere, per misteriose vie note solo ai grandi avvocati, delle mie nozze d’oro, che Dodi ed io festeggeremo in agosto: invece NO, si riferiva alle sue nozze d’oro! Infatti lui e Margrit si sposarono il 15 giugno 1958 in Svizzera (a Kilkberg nel Cantone di Berna) e sono entrambi fermamente convinti che il Rotary “ha inciso nella loro vita” e nella loro famiglia. Infatti il loro fils ainé (primogenito) Edoardo da Presidente del Rotaract del Firenze Nord incontrò in un RYLA (settimana di formazione rotariana alla leadership) la sua futura moglie Silvia, allora Presidente del Rotaract Valdisieve. Ma non basta: Pino e Margrit decisero di festeggiare il loro 40°di nozze…alla Convention Internazionale di Los Angeles di dieci anno fa’! Pino è stato nostro Presidente 2006-2007, ha diretto la nostra Rivista (cartacea) Incontri (dal 2007 al 2014) e ha ricevuto ben 5 PHF…

AUGURI CARO PINO E CARA MARGRIT DA TUTTI NOI DEL FIRENZE SUD!!!

 

VIVA IL ROTARY!!

 

 

 

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