LE SFIDE E LE PREMESSE…

Siamo ancora in piena estate oggi 11 settembre 2018 mentre trotterelliamo con molti amici verso il  Westin Excelsior ad ascoltare un Socio entrato da pochissimo nel nostro Club: è Niccolò Persiani, economista prestato alla medicina, o meglio al Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica della Università di Firenze dove insegna Economia aziendale come Professore ordinario. Benissimo, e allora di cosa si occupa? Di economia o di medicina? Non essendo un medico deve quindi occuparsi di economia, ma cosa c’entra l’economia con la medicina? Dopo una impercettibile pausa di riflessione, quasi un batter di ciglia, Niccolò entra nell’ argomento-lavoro con un curioso e allegro aneddoto familiare: quando chiedono a suo figlio cosa fa suo padre…lui (suo figlio) cambia subito argomento perché in realtà non lo sa, o meglio non riesce a spiegarlo ai suoi coetanei.  Quindi la prima premessa di Niccolò è la seguente: non si creda che sia facile spiegare il suo lavoro senza fare altre premesse, che complicherebbero inutilmente la vita agli interlocutori di  suo figlio ma…a noi no, o almeno lo spera e così ora ci prova.

 Seconda premessa: la sanità è un settore economico perché ogni malattia da curare ha un costo, che è ovviamente il costo della cura: visita medica, medicine, esami medici, pronto soccorso, ospedale, convalescenza, visite di controllo, anche per il resto della vita se la malattia diventa cronica. E ciò accade sempre di più nella nostra società che invecchia. Buon per noi (anzianotti) naturalmente ma l’invecchiamento della popolazione rappresenta un maggior costo che va calcolato. Perché va calcolato? Perché le risorse della sanità pubblica sono quelle che sono, e vanno equamente ripartite secondo le necessità di tutti, anche degli anziani che aumentano di numero ma anche dei più giovani che hanno meno lavoro e che quindi versano alla Stato meno contributi che servono, anche, per  finanziare i costi della Sanità pubblica. Ma quali sono questi costi? Sono 118 miliardi, dice serafico  Niccolò, che non sono noccioline: infatti  buttati nelle nostre vecchie lirette sono la bellezza di 228 mila miliardi, proprio così, mila-miliardi…Ma sono tanti o pochi rispetto agli altri Paesi dell’Europa? In Italia sono il 6,8% del PIL (Prodotto Interno Lordo, che è il valore totale dei beni e dei servizi prodotti in un anno dal Paese), e che non è molto lontano da quello degli altri grandi Paesi europei. Infatti  la Francia spende per la  Sanità il 9% del suo PIL, la Germania l’8,7% e  il Regno Unito (UK), (che ha inventato il Servizio Sanitario Nazionale per tutti dopo l’ultima guerra) spende il 7,6% del suo PIL.

 Ma non si può ignorare  che i PIL di questi grandi Paesi europei non sono uguali fra loro, così come è diverso il numero dei rispettivi abitanti: quello che conta per il cittadino di ogni Paese è quanto ogni Paese spende per ciascuno dei suoi abitanti. Per esempio la Germania produce un PIL quasi doppio di   quello dell’Italia (3144 miliardi contro i nostri 1672) con i suoi 82 milioni di abitanti e spende nella Sanità (vedi sopra) l’8,7% di esso (PIL): cioè spende oltre 273 miliardi per l’assistenza sanitaria dei suoi 82 milioni di abitanti, cioè spende 3.335 € per assistere ciascuno dei suoi abitanti. La Francia spende circa 3.132 € per assistere ciascuno dei suoi 64 milioni di abitanti; il Regno Unito (UK) spende meno e cioè circa 2.766 € per ciascun abitante di Albione (UK). E noi quanto spendiamo per ogni cittadino? Lo Stato italiano spende circa 1966 € per l’assistenza sanitaria di ciascun italiano, quindi un po’ meno degli altri grandi Paesi europei. “La nostra Sanità spende meno degli altri Paesi, nonostante gli sprechi” afferma convinto Niccolò: quindi siamo bravi, o almeno “bravini”.

Forse  ora, dopo qualche premessa “tecnica”,  cominciamo a capire cosa fa Niccolò: lui si occupa degli aspetti economici della sanità, cioè dei rapporti (economici e di controllo) fra lo Stato e le Regioni, fra le Regioni e le ASL che gestiscono gli ospedali con i soldi che ricevono dalle Regioni;  e dei controlli relativi a queste gestioni, perché quei soldi (che sono pubblici) vengano gestiti al meglio,  riducendo gli  sprechi ma fornendo a tutti i cittadini un servizio sanitario di qualità con il personale che ci lavora.  Ma  quanti sono coloro che lavorano nella sanità in Italia? Sono 650.000 di cui 450.000 sono sanitari, cioè medici e infermieri. Ciò significa che nel nostro Paese c’è un “sanitario” (medico o infermiere) ogni 133 abitanti. Sarebbe interessante sapere quanti sono gli addetti alla Sanità negli altri grandi Paesi europei: cioè quanti addetti per abitante ci sono in Germania, Francia e UK; e quanti medici e quanti infermieri ci sono in Italia e negli altri Paesi…   Sarà per la prossima volta!

Ma altrettanto importante è la qualità del servizio sanitario che il Paese è in grado di offrire, e qui il nostro (Paese) se la cava benone, afferma Niccolò dati alla mano, cioè secondo  le classifiche internazionali sulla qualità sanitaria offerta ai propri cittadini. “Siamo al secondo posto nel mondo, o al quarto secondo un’altra classifica, quindi la nostra Sanità si conferma un settore di eccellenza, ed è comparabile con le altre (Sanità) di altri Paesi”. Quindi, afferma Niccolò, il settore funziona bene e proprio per questo “è più difficile intervenire” per migliorarlo. L’affermazione può sembrare paradossale, ma in realtà non lo è se si tiene conto dell’insieme dei problemi da risolvere,   della geografia del nostro Paese e anche della sua storia, così diversa da nord a sud, e da est a ovest. Un problema fondamentale è quello degli sprechi: ma anche eliminandoli non si risolvono i problemi della Sanità, afferma Niccolò, con la convinzione di chi ci ha provato e ha capito che gli sprechi non sono tutto ciò che non va. C’è ben altro…

Gli sprechi sono stati messi sotto controllo quasi dovunque grazie al primo tavolo di monitoraggio (dello Stato) che “verifica il rispetto della spesa che garantisce i servizi: se i soldi mancano si arriva al commissariamento della Regione che non pareggia il bilancio” cioè lo Stato subentra alla Regione nella gestione della sanità.  Ma i controlli non finiscono qui: c’è anche un secondo tavolo di monitoraggio che deve “verificare che la prestazione [del servizio sanitario regionale] sia di livello qualitativo adeguato”. Anche se loro (Niccolò&Co.) sono “più bravi a valutare le cifre che i livelli qualitativi” si può arrivare al commissariamento di una Regione anche se essa non raggiunge gli standard qualitativi previsti dalla Legge. E allora sono guai per quella Regione…Infatti il Parlamento approva un “pacchetto-servizi” minimi essenziali che devono essere garantiti per tutti, e che rientrano nel “diritto alla salute” del cittadino. Per questo il Parlamento approva un piano triennale di spesa per la Sanità pubblica: sono quei 118 miliardi di € di cui sopra, che vengono suddivisi (annualmente) fra le Regioni in proporzione alla popolazione.

Purtroppo fra una Regione e l’altra ci sono differenze inaccettabili nella qualità dei servizi sanitari offerti ai cittadini: infatti si va da un indice di qualità 100 per le Regioni più efficienti a un indice di 50 per quelle meno. Un vero disastro…Inoltre, dice un po’ sconfortato Niccolò, secondo i media (stampa e TV) “gli italiani pensano che vada cambiato tutto” nella nostra Sanità, mentre invece nel complesso “questo [della Sanità] è un settore che funziona”. E allora perché “quando si apre un nuovo ospedale [sui media] sono più le critiche su ciò che ancora manca (per esempio parcheggi e autobus) che le valutazioni dei nuovi servizi sanitari offerti”?  Non è giusto, afferma impassibile Niccolò, ma è così…L’efficienza delle Regioni in materia di Sanità viene controllata e valutata dallo Stato sotto due punti di vista diversi, dice Niccolò,  ma altrettanto importanti: da come spendono le risorse economiche loro affidate e dalla qualità dei risultati. Le migliori Regioni dal punto di vista della gestione economica  delle risorse sono Umbria, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto e Toscana, che quindi è la sesta, afferma Niccolò.  Ma la Toscana è prima assoluta per la qualità dei servizi sanitari offerti, seguita dalle Regioni di cui sopra: evviva!!

Ma due bombe a orologeria stanno per esplodere nella Sanità pubblica del nostro Paese, come purtroppo anche degli altri Paesi europei: sono la bomba demografica e quella …medico-infermieristica, afferma serissimo Niccolò.  Che vuol dire? La prima bomba, quella demografica, non è dovuta all’aumento della popolazione, che in Italia non c’è, infatti siamo fermi da vari anni a 60 milioni di abitanti, immigrati compresi. E’ dovuta al suo invecchiamento, che procede inesorabile con l’innalzamento dell’età media della popolazione, dovuta anche alla nostra buona sanità. Infatti in soli dieci anni la popolazione anziana del nostro Paese, cioè quella con più di 65 anni di età, è aumentata del 3% passando dal 20% al 23% della popolazione: ciò significa che oggi ci sono in Italia quasi 2 milioni di anziani in più rispetto a dieci anni fa’ (2007-2017). E avere più anziani significa (anche) avere più malattie croniche da curare e quindi maggiori spese per la Sanità pubblica.

Veniamo ora alla seconda bomba vicina ad esplodere nel nostro Paese: e che sia già esplosa in altri Paesi come il Regno Unito (UK) non è certo una consolazione, anche perché loro hanno altre risorse rispetto alle nostre, come vedremo. La seconda bomba è la scarsità di medici e infermieri, conseguenza anche del “numero chiuso” per l’ingresso alle nostre Facoltà di Medicina, introdotto alcuni anni fa’ “senza pensare ai bisogni dei prossimi anni” afferma perentorio Niccolò. Quindi è necessario decidere “come fare per dotarsi non solo di più medici”, ma anche di più infermieri, come avviene già nel resto del mondo in cui ci sono molti più infermieri che da noi . Nel Regno Unito (UK) da anni cercano di risolvere questo problema attingendo alle ingenti risorse umane delle loro ex-colonie, soprattutto India e Pakistan, cioè favorendo la “importazione” di medici formati nelle ottime Università di quei due immensi Paesi (India con 1,3 miliardi e Pakistan con 190 milioni di abitanti) ampiamente scolarizzati dagli inglesi a suo tempo.  Ma noi non siamo in quella situazione perché le nostre ex Colonie d’Africa non sono certo in grado di supplire a questa nostra carenza di personale medico perché  hanno enormi problemi in casa loro, come guerra civile, carestie e islam radicale. Per cui, per ora, non ci resta che utilizzare al meglio i medici che abbiamo e accelerare la formazione professionale di nuovi infermieri, che richiede meno tempo di quella dei medici, circa la metà, o forse anche meno.

 Ma fortunatamente abbiamo anche un’altra chance(possibilità), quella auspicata dal nostro Socio Carlo C., che le due Sanità esistenti in Italia, quella pubblica e quella privata, collaborino di più e senza “pregiudizi  ideologici”, soprattutto verso quella privata non-profit “la quale se controllata con protocolli rigidi supererebbe i pregiudizi” esistenti, dice Carlo. E Niccolò aggiunge che “la scelta italiana, già adottata da Francia e Germania, è quella di abbandonare parte della diagnostica [cioè le analisi mediche] al privato [cioè alla Sanità privata], con il pubblico [cioè la Sanità pubblica] che uscirà da interi settori: così i due sistemi di Sanità [pubblica e privata] non saranno  più in competizione”. Come già accade da noi, osserva prontissimo il Socio Giancarlo L., con il  “coordinamento unico fra  pubblico e  privato convenzionato” cioè con i servizi sanitari che sono già prenotabili “con il sistema unico di prenotazione” alle farmacie e alla USL, “senza alcuna competizione fra i due sistemi, con quello pubblico che coordina anche quello privato convenzionato”.

 Come si è visto (vedi qui sopra) le sfide al futuro della nostra Sanità sono tante, da quella gestionale (amministrativa) a quella della qualità dei servizi sanitari, da quella anagrafica (più anziani) a quella del personale sanitario (medici e infermieri che mancano) e a quella della collaborazione fra la Sanità pubblica e quella privata, non profit e profit (cioè sia quella non a fine di lucro che quella che deve guadagnare per sopravvivere): ma come si è visto fortunatamente l’impegno non manca e con la buona volontà tutto si può risolvere…  Così sia.

 

 

 

VIVA IL ROTARY !!

 

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