LA CARICA DEI 104…

Fischia il vento in piazza Ognissanti , è l’ 11 dicembre 2018 e  quel ventaccio gelido da nord-est spadroneggia impietoso nella piazza deserta (neanche un taxi)  fra il nostro Westin, caldino e invitante, e l’arcigno  Consolato francese  in apparente disarmo. Manca (chissà perché) perfino il bandierone della République a rallegrare l’ antica facciata un po’ consunta di quel palazzone schierato di fronteal nostro Westin Excelsior, sfolgorante di luci colorate e addobbi variamente natalizi, come si conviene a ogni fine-anno che si rispetti. Quindi tutti dentro al Westin a scaldarci, ci sono anche i nostri Rotaract con il Presidente Tommaso e la  Past P. Vittoria,  assidui frequentatori delle nostre seratine, a cui regalano un allegro soffio di gioventù, e un bel sorriso. Siamo una quarantina, col relatore di stasera che è il nostro Socio Onorario Valerio Tesi con la affascinante Francesca, e con Saverio Lastrucci, Presidente del RC Certosa. Anche Simonetta Doni, Presidente del RC Bagno a Ripoli, cioè dei nostri ex-Satelliti, dovrebbe essere con noi, ma per ora non si vede, arriverà più tardi.

 Il nostro Presidente Claudio Borri è sempre più sensibile al “generale risotto”: infatti non appena vede un po’ di movimento in zona-consolle della bella sala degli specchi che ci ospita (cioè in zona-vivande) afferra con decisione  il microfono per ordinare  l’assalto immediato all’arma bianca, cioè con coltello e forchetta, alle cibarie che passa il convento. Stasera abbiamo un apprezzato “light-dinner” per cui i Soci sciamano rapidi a fare rifornimento, piatto alla mano. Naturalmente di risotto non c’è neanche l’ombra, ma i due primi (piatti) si offrono generosi e al calduccio nell’apposita luccicante vasca termica, che è uno spettacolo da vedere. Gli gnocchi sono conditi con un ragù d’alto livello, straricco, profumato e vivace, apprezzato anche dalla esigente G.C. che li riprende, quasi di nascosto e con lieve evidente senso di colpa, dal quale un Socio caritatevole si affretta a liberarla mostrandole il suo piattone stracolmo di quegli stessi super-gnocchi.  Un tenue sorriso gli fa capire che apprezza il gesto, che ricambia informandolo  (sottovoce) che anche gli spaghetti sono accettabili (cioè ottimi), con una semplice pomarola ben riuscita, così leggera e sapida grazie ai t

anti pomodorini di Pachino (forse). Segue un doveroso assaggio preventivo, che costringe poi il Socio caritatevole (di cui sopra) a onorare quei celebrati spaghetti, senza il minimo rimorso né alcun senso di colpa (in barba alla dieta). Poco dopo questo “scambio culturale” la pregevole Socia G.T. si lancia nella dettagliata descrizione di un piatto “storico” eccezionale strettamente pugliese, da lei gustato in un recente raid (viaggetto) in Puglia: le “orecchiette di grano arso”. Erano fatte (un tempo) con il grano bruciacchiato raccolto dai contadini dopo la bruciatura delle stoppie del grano già raccolto. Le poche spighe rimaste nei campi dopo la mietitura venivano “arse”, cioè bruciacchiate, dalla fiamme dell’incendio delle stoppie, provocato per preparare il terreno alla semina successiva: quelle spighe annerite dal fumo  venivano amorevolmente raccolte dai contadini e macinate per farne una strana farina “nera” o molto scura che utilizzavano per farne orecchiette con un sapore molto speciale. Ora il grano viene tostato come si tosta il caffè, ma il risultato “organolettico” è lo stesso: le orecchiette fatte con questo grano tostato hanno lo stesso sapore di quelle di un tempo, simile alle nocciole tostate…Bresaola à volonté, pollo in galantina, spiedini di pesce spada caldi (quasi), verdure grigliate, formaggetti vari al miele compresa una bella ricottona intera con gherigli di noce e miele. Insomma: un menù “consolidato” nei nostri “light dinner” forse con fantasia “attenuata” (cioè poca) ma di buona qualità e in quantità (finalmente) adeguata ai commensali, cioè deve avanzare  sempre qualcosa come stasera, grazie anche al maitre Gavino, che è una garanzia di qualità e abbondanza di cibarie.

Dopo il cosiddetto “risotto” (vedi sopra) il Presidente riprende vigorosamente controllo della situazione per introdurre due eventi molto importanti per il nostro Club: l’ingresso del nuovo Socio  Generale Enzo Santoro, che abbiamo conosciuto nella conviviale del 4 settembre u.s. quando ha presentato il “suo” Istituto Geografico Militare , che cos’è oggi e che cosa ha fatto dal 1861, quando fu fondato da re Vittorio Emanuele II qui a Firenze, la neo-capitale del neo-Regno d’Italia. L’altro evento importante è il conferimento della onorificenza rotariana  PHF (Paul Harris Fellow) al Past President Sandro Rosseti per l’impegno prodigato nella sua annata rotariana 2017-2018 in cui , tra l’altro, furono da lui “spillati” ben tredici  nuovi Soci, un record assoluto. Il Presidente Claudio ha fatto poi un piccolo accenno ad una iniziativa in comune con il Presidente Lastrucci (presente) ed il Distretto di San Pietroburgo, della quale (iniziativa) perlerà più diffusamente alla Cena degli Auguri della prossima settimana.

La parola passa (finalmente) al nostro serafico Socio Onorario Arch. Valerio Tesi, responsabile del patrimonio architettonico per la Soprintendenza di Firenze che cura, per conto dello Stato italiano, la gestione del fantastico giardino della Villa Medicea di Castello, dove Valerio ha lavorato a lungo, in particolare  per il restauro e il ripristino dell’antico impianto idraulico che alimentava le spettacolari fontane del giardino, e i fantastici giochi d’acqua della Grotta degli Animali, celebrata anche da Montaigne nel suo diario di viaggio in Italia del 1581. Essa è  situata nella parte al

ta di quel giardino, voluto dai Medici, quelli “cadetti” del Mugello: Lorenzo (cugino del Magnifico) e Giovanni, che la comperarono nel 1477 e per essa commissionarono al Botticelli un paio di “quadretti” degni della loro nuova casa, cioè la “Primavera” e la “Nascita di Venere”, poi spostati agli Uffizi di cui sono tuttora il “pezzo forte” della Galleria. Ma fu il nipote Cosimo, duca di Firenze, che (a partire dal 1538) rifece la villa da capo a piedi incaricando di ciò il top degli architetti del suo tempo: Giorgio Vasari (1511-1574) chiamato per rifare la villa;  e Niccolò detto il Tribolo (1500-1550) per “inventare” un super-giardino “all’italiana”. Questo nuovo tipo di giardino vedrà il suo massimo trionfo poco dopo con il mega-giardino di Boboli, altra opera del Tribolo, inventore di quei giardini che da allora furono chiamati “all’italiana”.

 Perché il Tribolo, e perché all’italiana, e cosa avevano di speciale questi giardini? “Tribolo” perché da studente-apprendista il futuro architetto dei giardini medicei  era un grandissimo rompiscatole “che tribolava gli altri” - secondo quanto scrive il Vasari. “All’italiana” perché  il primo giardino di questo tipo fu realizzato in Italia, e fu proprio quello di Castello. Oggi è molto diverso da quello originale com’è  dettagliatamente riprodotto nella  “lunetta” (quadro a forma da mezzaluna) dipinta dal pittore fiammingo Giusto Utens (Iustus van Utens,) lunetta oggi nella vicina Villa Petraia, assieme alle tredici lunette “sorelle” da lui dipinte fra il 1599 e il 1602, che riproducono, con precisione quasi maniacale, le ville medicee con i loro giardini. Erano diciassette (le lunette dipinte da Giusto) ma tre si sono perse negli ultimi quattro secoli…Le Ville Medicee in realtà erano molte di più, accuratamente  sparpagliate in tutta la Toscana, anche se  la maggior parte si trovavano nell’area fiorentina (12) e nel Mugello (2) ;  sette (7) fra Prato e Pistoia e sei (6) fra Pisa, Lucca, Livorno e Siena. In totale quindi erano (sono) ventisette, così i padroni di casa (cioè i Medici) dovunque volessero curiosare nella “loro” Toscana potevano dormire a casa loro, per maggior comodità ma anche per maggior sicurezza personale, forse non immemori di alcuni infausti precedenti (sanguinosi) della casata.

Infine: cosa hanno di speciale i “giardini all’italiana”? Prima di tutto presentano una suddivisione strettamente  geometrica, sono cioè divisi in quadrati, rettangoli, triangoli etc.  con siepi, muretti, filari alberati e perfino con “sculture vegetali” realizzate potando e sagomando le siepi; poi ci sono fontane,  statue, vasche con acqua  e pesci, cascatelle più meno grandi e infine…una novità assoluta. Cioè un significato nascosto (quasi segreto)  ma chiaramente riferibile al committente-proprietario. Un significato nascosto afferma Valerio, è stato realizzato anche in questo giardino di Castello,  che infatti vorrebbe rappresentare sia il potere (dei Medici) sui propri territori (la Toscana) che perciò vengono tutti (simbolicamente) qui rappresentati; che gli effetti benefici derivanti dal loro buon governo. Questo giardino  doveva essere  quasi come un proclama verso il popolo dei governati (cioè i sudditi) , e soprattutto verso gli ospiti più importanti, a cui poter mostrare con orgoglio questo singolare giardino-manifesto della casata (dei Medici, naturalmente) e del loro “governo” saggio e lungimirante. Evidentemente non erano sfiorati dal minimo dubbio sul loro operato, né tantomeno dall’ansia di understatement (minimizzare), più diffusa in  altre latitudini, e in epoche diverse.

Dopo le prime sedici aiuole più o meno quadrate  della prima “terrazza”   (zona) del giardino, quella attaccata alla villa sul retro , con la sua brava fontana a vasca (del Tribolo, ovviamente) e con le poderose statue di Ercole e Anteo dell’Ammannati (1511-1592); e dopo la seconda “terrazza” più elevata della prima, detta Giardino degli agrumi con 500 preziose piante non in terra ma nei grandi orci dell’Impruneta che, ai primi freddi, vanno a svernare nelle apposite limonaie; dopo le due “terrazze” si arriva ad una incredibile grotta artificiale, costruita dal Tribolo, interamente rivestita di “spugne” calcaree a imitazione delle grotte “vere”, e di mosaici colorati fatti di conchiglie, con disegni geometrici e quattro curiose teste coronate  di gusto antico, e un po’ misterioso.

La grotta contiene tre eleganti  vasche (di marmo o di pietra) “sormontate da animali scolpiti in pietre diverse” : sul davanti della  prima vasca compaiono pesci e tartarughe marine in un “groviglio” artistico fantastico dello stesso Tribolo. Al di sopra di questa prima vasca sono collocate alcune  statue di animali  più o meno di fantasia,  fra cui una giraffa rosa che sembra sorridere  a un pensoso  rinoceronte di dubbie fattezze: infatti al corno “regolamentare” sul muso se ne aggiunge un secondo “di fantasia”  sopra il collo…; c’è anche un orso rosa assolutamente pacifico e un lupo che con una zampa tiene ferma una pecorella atterrata quasi per gioco e per nulla impaurita,  mentre un bel  gattone gioca con due cagnetti accanto all’orso. Tutto sereno, tutto pacifico… Sopra la seconda vasca  appare un altro curioso groviglio di animali, fra cui un toro (stravaccato) decisamente “normale”, cioè realistico;  un’altra capretta con la zampa sollevata verso un temibile leone che non la degna di uno sguardo, mentre una pecorella giace  accucciata sotto la sua pancia (del leone) , per nulla intimorita;  ma c’è anche un unicorno che si prepara a saltare un ostacolo inesistente, ma la posa è plastica e dinamica; e un curioso elefante accucciato dietro all’unicorno pare osserva

re tutti dall’alto della sua mole: sono tutti in posa come per una fotografia, e di fattura squisita. Sono  tutti in evidente armonia fra loro, nessuna lotta e nessuna aggressività…Sopra la terza vasca fra i molti animali scolpiti spicca il “porcellino”, cioè un  cinghialetto quasi uguale a quello della  Fontana  del Porcellino, con dietro un serissimo cammello, che placido osserva un maestoso cervo rivolto altrove, mentre un pio bove dalle vaste corna chianine scherza col capriolo,  e una capretta sembra voler stuzzicare il porcellino, con cui gioca anche un cagnetto a pancia insù: terza scenetta idilliaca, evidentemente non casuale…Ma allora qual è il messaggio di queste tre scenette? Si possono fare mille ipotesi, dice Valerio, tutte più o meno di fantasia perché  non
abbiamo niente di scritto che chiarisca il significato: infatti né il Vasari, che aveva la penna facile, né il Tribolo, né Cosimo (de’Medici) ce l’hanno voluto spiegare, forse per il gusto degli enigmi segreti e iniziatici, molto diffuso fra élites intellettuali del Rinascimento.  Ma è evidente che qualcosa volevano dire ai visitatori della grotta degli animali: un generico messaggio di pace? Un invito a tornare a vivere tutti in amicizia com’era prima della cacciata dal Paradiso terrestre? Il buon governo dei Medici? Cioè: “ Noi siamo  bravi e amanti della pace perciò  qui in Toscana si vive bene, anzi benone, come in un  Paradiso Terrestre, bando alla modestia!”  E  se l’enigma non Vi pare  ancora completamente sciolto, ci pensi l’acuto lettore!

 Ma ciò che rendeva unica questa grotta degli animali erano i  fantastici giochi d’acqua che sbucavano improvvisi da tutte le parti: dagli animali, dal soffitto e perfino dal pavimento della grotta.  L’antico  impianto idraulico che li alimentava era di piombo, in pietra e in coccio (terracotta) e aveva “104 punti di caduta” cioè di uscita degli zampilli d’acqua, in funzione “fino alla fine del ‘700” quando, con le tubazioni ormai ostruite dal calcare,  “Pietro Leopoldo abbandona tutto e copre di calcestruzzo”, ma non lo demolisce, afferma Valerio.  Per cui lui (Valerio) ha ritrovato tutti i “punti di caduta” e rifatto  un nuovissimo impianto idraulico, con i relativi “collettori” per lo smistamento delle acque ai rispettivi zampilli. Mancano solo le vasche di accumulo delle acque, (acque) che verranno “trattate” e usate “a circuito chiuso”, cioè riutilizzando sempre la stessa acqua, non “a perdere” come nell’impianto originario, dice soddisfatto il nostro Valerio, che è l’artefice di questo nuovo impianto e  che ce lo mostrerà in funzione non appena ultimato, cioè  fra circa un anno: o forse anche prima, chissà? Verremo di corsa a vederlo, speriamo presto:  “tu duca e  tu maestro”…

VIVA IL ROTARY!!

 

 

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