UNA SERATA ESPLOSIVA…

Tira di nuovo un ventaccio birbone che spazza impietoso la piazzona di Ognissanti compresi  (ahimè) gli eroici  pedoni come noi che, sdegnosi delle molli comodità del taxi, anelano solo di entrare  di corsa nel tiepido Westin Excelsior, incoraggiati dalla sana  curiosità di ascoltare il nostro Socio Giuseppe (Beppe) Bergamaschi, che ci parlerà stasera  di polvere da sparo, ed altre amenità “esplosive”: “La polvere e il caso: come la polvere da sparo e il concetto di probabilità abbiano cambiato il mondo”. E’ il 26 marzo 2019, siamo già in primavera inoltrata…da quasi una settimana, quindi  questo ventaccio dovrebbe essere l’ultimo gelido colpo di coda meteo di questa  caldissima  annata rotariana presieduta da Claudio Borri. Lui è già in albergo da un bel po’, ma (purtroppo) senza la dolce Doris, bloccata in Germania (a Hagen, Renania-Vestfalia) dagli ultimi adempimenti dopo la recentissima scomparsa della madre. Claudio fa appena in tempo a suonare la campana d’inizio serata quando scorge con la vigile coda dell’occhio spuntare a nord-est (cioè dalla cambusa che ci rifocilla) la promettente processione dei rifornimenti alimentari celati nei classici contenitori termici entro lucenti  sfere d’acciaio:  per cui Claudio non esita un istante a proclamare aperta la caccia al primo (piatto, s’intende) offerto caldo ai Soci, per questo caminetto “culturale” ed “esplosivo” del nostro Beppe. Sono cospicui tortelloni al formaggio fuso, formato fazzoletto cioè enormi, e cosparsi di un ameno trito di erba cipollina (o altra erbetta) per  evidenti motivi estetici: infatti l’erbaceo  trito si vede e ci sta bene, ma non si sente un granché… Fortunatamente il ripieno (di ricotta?) è abbondante e saporito, quindi apprezzato. I tortelloni sono presi d’assalto dai Soci di ottimo appetito, stimolato anche dall’aria fresca del piazzone là fuori, e dall’ora. Sono infatti già  le otto  passate da un bel po’, tutto va bene, arriva anche una  mega macedonia super-colorata che, dopo i tortelloni,  si offre allegramente all’attacco dei commensali, artisticamente adagiata in un bel piattone rotondo sul lungo buffet,   prima del caffè self-service, in fondo sala, please…

Ma verso le nove Claudio richiama tutti ai tavoli per qualche news rotariana importante: siamo una quarantina abbondante, compresa Anna Giusti del nostro Rotaract con cui ci rivedremo fra una settimana assieme al Socio Claudio Chiorra per il service delle “66 gocce” voluto da Max Tacchi, il Governatore così prematuramente scomparso. Dopo un rapido elenco del nostro programma di aprile ( Villa Salviati, il Rettore Dei, la visita a Matera e Leonardo che gioca con l’acqua…) Claudio passa definitivamente la parola al nostro Beppe, che sta giocherellando con un bel pistolone “napoleonico” (una replica, naturalmente, si affretta a precisare) replica sì ma pienamente operativa, scintilla compresa quando si tira il grilletto: e spiega come si faceva a caricare con  la baguette custodita sotto la canna, liscia (la canna, naturalmente) e di grosso calibro, quindi assai temibile ma lentissima da caricare e che quando spara fa un terribile fumo nero. E’ una pistola che prende il nome dalla toscanissima città del suo inventore, Pistoia appunto, incredibile ma vero, parola di Beppe.  Così come la baguette, cioè la fine asticella metallica necessaria a caricare l’arma (dal davanti, cioè ad avancarica) e infilata al di sotto della canna, ha il nome del celebre sfilatino di pane, orgoglio nazionale francese ma  ormai diffuso ovunque nel mondo. Ma la baguette della pistola, nonostante i reiterati sforzi, si rifiuta ostinatamente di uscire dal suo “loculo”, per cui Beppe si vede infine  costretto a rinunciare, a malincuore,  alla dimostrazione pratica della procedura di avancarica. Ma abbiamo capito tutti che è cosa assai complessa e lenta, prevede infatti ben “12 movimenti” per caricare l’arma…E come non pensare ai poveri soldati in battaglia, circondati dal fumo nero degli spari dei fucili, delle pistole e dei cannoni, con la cavalleria nemica armata di alabarde che avanza per infilzarli al volo, o meglio al galoppo, proprio quando hanno il fucile scarico e restano (per difendersi) solo le baionette montate sui fucili ormai scarichi  e non c’è il tempo di ricaricarli…Baionette: anche loro hanno un nome “geografico” come la pistola di cui sopra, dice il nostro Beppe, infatti le facevano a Bayonne, nel sud della Francia, erano lunghette (circa mezzo metro) ed erano l’ultima speranza di sopravvivenza del fante col fucile scarico…

La polvere da sparo nasce in Cina quasi per gioco, prima dell’anno mille, dice Beppe,  ma non per uccidere: infatti la usavano nei petardi e fuochi di artificio per feste e riti religiosi. In Europa   ci volle un monaco del ‘300 per pensare di utilizzarla a lanciare “oggetti”, cioè  per “proiettarli” contro qualcuno o qualcosa per danneggiarli, cioè per lanciare dei proiettili utilizzando la polvere da sparo pressata in fondo a un “tubo”: nasce così l’arma da fuoco. Prima vennero costruiti i  cannoni, pesantissimi, di ghisa, praticamente fissi sulle mura a difesa dei castelli e sulle navi contro la flotta nemica; poi i fucili e le pistole per le truppe a terra, fanteria e cavalleria, ma con una portata di soli 60-70 metri,  e che andavano ricaricati con calma e  all’asciutto perché anche il sudore poteva bagnare la polvere da sparo, e allora l’arma faceva cilecca:  cioè sul più bello tiravi il grilletto e non sparava…povero soldatino, non restava che la baionetta, se non ti ammazzavano prima. Con la grande diffusione delle armi da fuoco nacquero anche gli “eserciti dello Stato”, dice Beppe, che sostituirono sia gli eserciti “privati” che le (famigerate) “compagnie di ventura” tradizionalmente dedite al saccheggio fra una battaglia e l’altra. Questi nuovi eserciti dello Stato sostituirono anche gli eserciti dei cittadini-soldati dell’era napoleonica con soldati di mestiere pagati dallo Stato (al soldo=soldato), addestrati dallo Stato, e anche alloggiati dallo Stato nelle apposite  caserme e rivestiti con le divise dello Stato: cioè con  divise militari funzionali, tutte uguali (le uniformi militari…) e non più coloratissime e sgargianti come un tempo. Perché sgargianti? Semplicemente per riconoscere meglio i propri soldati attraverso il nebbione nero prodotto dagli spari dei cannoni e delle altre armi da fuoco.  Il fumo nero durò finché la polvere da sparo (polvere nera) non venne sostituita dalla “polvere infume”(cioè senza fumo) verso fine del XIX secolo (fine ‘800).

 Completamente diversa dalla polvere nera usata fino ad allora, la nuova era molto più potente e non faceva fumo (o quasi): l’evoluzione della polvere da sparo dalla polvere nera a quella senza fumo fu quindi molto lungo, con continui piccoli miglioramenti “tecnici” della antica polvere nera (fatta con  il carbone di legna, lo zolfo e il  nitrato di potassio) fino alla tremenda dinamite, brevettata nel 1867 da Alfred Nobel (1833-1896).  SI’, fu proprio lui a istituire il premio che porta ancora il suo nome, creato  da lui (forse anche) per cercare di liberarsi da qualche comprensibile complesso di colpa per aver fornito agli eserciti di tutto il mondo un esplosivo così potente, e quindi così letale in guerra…La dinamite (e derivati) era infatti infinitamente più potente della prima polvere da sparo degli antichi cannoni di ghisa (vedi sopra) di mezzo millennio prima, ma  non va dimenticato che ci vollero oltre cinque secoli di continui miglioramenti per arrivare dalla polvere nera alla dinamite di  Nobel ;  e che la polvere da sparo non è ancor morta, perché (quella moderna) è tuttora usata nelle munizioni dei fucile e delle pistole…  I suoi sensi di colpa (di Alfred Nobel), iniziati dopo la morte di un fratello  per una esplosione avvenuta per errore nel loro laboratorio,  lo tormentarono ancor di più dopo la pubblicazione di un suo  improvvido necrologio, comparso per errore,  mentre lui era ancora vivo e vegeto,  su un giornale francese  che lo definiva “mercante di morte”. Quindi, arricchitosi enormemente con le sue molte invenzioni, Alfred decise di istituire il Premio Nobel nel 1895, in favore di personalità viventi che con la loro opera abbiano apportato “i maggiori benefici all’umanità nel campo della pace, della medicina, della fisica e chimica, dell’economia e della letteratura”. Ciò avvenne solo un anno prima della sua morte a Sanremo nel 1896 , all’età di 63 anni. Perciò si potrebbe sostenere, con qualche valido motivo, che anche il Premio Nobel è un lontano figlio della…polvere da sparo, che i cinesi dell’anno 1.000 usavano per gioco nelle feste religiose, con botti e luminarie per divertire i fedeli.

Con la polvere da sparo, e con le armi che ne sfruttano la potenza esplosiva, l’Europa ha cambiato il mondo, afferma Beppe: è proprio così, ma ciò non è avvenuto solo con la forza delle armi, aggiunge a sorpresa il nostro garbato (e appassionato) relatore, bensì anche con l’aiuto del…concetto di probabilità, che la nostra civiltà europea ha saputo utilizzare meglio di tutti. Stupore generale, mentre  sguardi smarriti si intrecciano nella grande sala che ci ospita, dubbiosi  di aver inteso bene: che c’entra la probabilità? E probabilità di cosa? Colte al volo le perplessità dell’inclito pubblico presente,  il nostro sensibile oratore, allo scopo di chiarire il concetto, si lancia in una acuta disamina esplicativa volta a fugare le incertezze interpretative della sua (inattesa) affermazione per mezzo di alcune colte citazioni di mitologia classica, che notoriamente non prevedeva il “caso”,  e quindi nemmeno il calcolo (e la valutazione) delle  “probabilità” che qualcosa avvenisse, ma solo il “broncio”- o il “plauso”- degli antichi Dei, autorevolmente  addetti alla gestione di ciascun (specifico) problema umano. Ulteriore palese sgomento dei presenti, nonostante che il titolo della serata dichiarasse esplicitamente che “il concetto di probabilità ha cambiato il mondo”.  Ma questa acrobatica dichiarazione aveva il (piccolo) torto di venire espressa, nel programma diligentemente inviato ai Soci da Barbara, subito dopo l’altra affermazione della polvere da sparo come responsabile del cambiamento del mondo: cosa più facilmente comprensibile da tutti, senza alcuno sforzo interpretativo, né ardui riferimenti culturali di tipo mitologico, né tantomeno filosofico. Anche se qualcuno avrebbe potuto citare un antico filosofo greco (Democrito) che, curiosamente per quei tempi mitologici (5°secolo a.C.), ne aveva già scritto (del caso); e forse anche un famoso Premio Nobel franco-americano (Monod) che ne aveva ereditato il concetto completo, che (oltre al caso) comprendeva anche quello di “necessità”, in un famoso saggio su entrambi (Il caso e la necessità, del 1970), ispirato (almeno nel titolo) da quell’antico filosofo greco,  cui volle rendere omaggio con quel titolo così allusivo (a Democrito).

Concetto di probabilità utilizzato dagli europei meglio di tutti gli altri (vedi sopra): cioè, in che senso? Nel senso che gli astuti europei hanno saputo sviluppare un sistema logico di previsione degli eventi futuri più probabili,  su cui basare il loro operato, battendo sul tempo tutti gli altri popoli della terra. Niente sfera di cristallo, ma semplicemente il calcolo (razionale e statistico) delle probabilità che si verifichino eventi (desiderati o temuti) basandosi sulla accurata raccolta del maggior numero di dati oggettivi e quindi certi. Ma cosa ha reso possibile calcolare le probabilità di successo o di insuccesso di una impresa o di una operazione finanziaria? E’ stato semplicemente lo sviluppo (a sorpresa) del calcolo matematico moderno, importato dal vicino oriente nel 13° secolo da Fibonacci (Leonardo Pisano, 1170-1235) che introducendo i numeri arabi, zero compreso, ha reso possibili calcoli matematici complessi, prima assolutamente impensabili con gli antichi numeri romani. Tali calcoli si sono dimostrati utilissimi ai banchieri internazionali, fiorentini e poi europei (e anche agli usurai, ahimè) per calcolare le possibilità di guadagno nelle loro imprese commerciali e finanziarie. Le ricchezze così prodotte vennero , purtroppo, in (gran) parte utilizzate per  finanziare le guerre fra gli Stati europei con armi sempre più potenti (e costose)  e con  eserciti sempre più numerosi e distruttivi, fino alle ultime due guerre mondiali, che sono state il suicidio di quella Europa che aveva voluto (e saputo) dominare il mondo con la scienza, con la tecnica, e con la cultura. Ora il gioco è passato in mano ai “cugini americani”, che hanno “salvato” l’Europa un paio di volte in venticinque anni (nel 1917 e nel 1942) con mezzo milione di loro morti nella sola seconda guerra mondiale (molti meno nella prima).

E ora?  Chiediamolo a Beppe, certo saprà dare  una risposta seria e forse confortante: ne abbiamo tutti bisogno in un’epoca che, curiosamente,  ci ricorda la storia della Magna Grecia, che sconfitta e occupata dagli antichi romani, in realtà li seppe conquistare con la loro cultura superiore, e seppe mantenere ed  espandere la loro economia con l’abilità nei commerci e con lo spirito imprenditoriale applicato ormai  senza gli antichi confini in tutto quanto l’impero romano, dove si muovevano con facilità, molto più di prima quando erano “liberi” da Roma. L’Europa di oggi  come la Magna Grecia di allora? Chissà, ma certamente possiamo dire…

VIVA IL ROTARY!!

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