OH CHE BEL CASTELLO…

Ma dov’è nascosto il famoso cancello-promesso su via Bolognese? Vuoi vedere che è in quello slarghetto a destra, subito prima della ripida stradina che cala, a volo d’uccello, su San Domenico e la Badia Fiesolana, sede regale dell’Università Europea? Sì, è proprio lì, come conferma il minimale cartellino di Villa Salviati, al civico numero 156. Subito sotto la strettoia del cancello si spalanca improvviso un immenso e inatteso nuovo mondo verde, che si distende amenissimo in fondo alla stradella rigorosamente “bianca”, cioè sterrata, buche comprese, che con pochi stretti tornanti scende al piano più basso della Villa, anzi del villone Salviati. A chi arriva da via Bolognese esso (il villone)si presenta comodamente  sdraiato sul lungo crinale dell’erto colle che lo separa dalla (invisibile da qui) retro-stradina per San Domenico,  per spalancarsi poi maestoso e con scenografiche torri smerlate verso l’ampia valle verde, cioè verso la città (di Firenze, naturalmente) che si indovina lontana fra il verde tenero del bosco che circonda laggiù il vasto pratone, che scende a valle verso un elegante laghetto, ormai lontano dal lungo e articolato villone rinascimentale, che a monte lo incornicia.

 Parcheggio fulmineo sul vasto piazzale che separa quel pratone dalla Villa, e via in Limonaia, o meglio in quella che era la limonaia di questa classica “villa di piaceri” in cui i limoni, e gli agrumi più disparati, erano un “must” (d’obbligo) della sofisticata società fiorentina dei tempi di Leon Battista Alberti (LBA): che con il suo  “sacro testo” sull’architettura (del 1450)  ha ispirato (dettato legge su) tutte le “nuove” ville toscane del suo tempo, e non solo. E’ intitolato De re aedificatoria, cioè “come si deve costruire”, e viene seguito alla lettera e con entusiasmo anche dai Salviati, che acquistarono la Villa (che da allora ne porta il nome) da Arcangelo Montegonzi nel 1445 per la “modica” cifra di 1.800 fiorini d’oro, come testimonia il contratto originale tuttora nell’archivio Salviati. E fecero un ottimo affare, perché la pagarono meno della metà di quanto era stata pagata nel 1370 (circa) dalla famiglia Del Palagio, che di fiorini d’oro ne aveva sborsati ben 4.400, cioè più del doppio di quanto sborsato dai Salviati, che da accorti  banchieri, per di più alleati dei Medici e in affari con loro, sapevano comperare bene le loro case, come sapevano vendere bene le loro lane, con cui si erano arricchiti negli ultimi secoli.

Perché in limonaia? Cosa c’entrano i limoni con gli Archivi Storici della  Unione Europea (U.E.)? C’entrano eccome, perché essi (gli Archivi) li hanno messi al posto dei limoni nelle antiche limonaie, e al posto delle carrozze nelle adiacenti “rimesse” (oggi diremmo garage..) dove tenevano anche gli attrezzi agricoli per la manutenzione del parco  e le stalle per i preziosi cavalli dei Signori, che erano le Maserati di allora. Nel sottosuolo di quanto sopra hanno scavato i “bunker” per conservare al sicuro i documenti originali, attualmente “8 chilometri-lineari di carta” cioè di  documenti sui 10 chilometri disponibili. E poi? Poi ne scaveranno degli altri, come hanno fatto per i primi dieci chilometri, ovviamente…se avranno i mezzi dalla U.E., che speriamo esista ancora dopo l’exit (uscita dalla Unione) minacciata da U.K. (il Regno Unito) dopo quel referendum dall’esito a sorpresa, e ancora irrisolto.

Pilotati con garbo dal Direttore degli Archivi Storici della U.E. il sorridente Dieter Schlenker,  tedesco di nome ma dall’accento curiosamente francese, attraversiamo la limonaia con annessi e connessi, mentre lui ci racconta la storia di questa Istituzione resa possibile dall’acquisto nell’anno 2000 da parte dello Stato Italiano di questo immenso villone (il prezzo è sconosciuto) per destinarlo alla Università Europea. Essa aveva già iniziato i corsi nel 1976 chez (presso) l’ex  Convento dei Padri Scolopi nella collina di fronte a questa Villa Salviati , accanto alla bella chiesetta dove lo Scolopio Padre Balducci teneva le sue omelie e riuniva i suoi fan (discepoli) intorno alla rivista da lui fondata, Testimonianze, tuttora in edicola nonostante la scomparsa del fondatore (nel ’92)  rapito al mondo da un improvvido incrocio stradale in terra di Romagna. Questa  Sede spettacolare degli Archivi della Università Europea è stata inaugurata in pompa magna nel 2009 dal Presidente Napolitano e raccoglie (obbligatoriamente, cioè per legge europea) tutti gli archivi della Commissione Europea, cioè dell’organo esecutivo della U.E.; del Parlamento Europeo e del Consiglio Europeo, cioè degli organi legislativi della U.E; del Comitato Economico e Sociale che si occupa dei rapporti della U.E. con la società civile; della Corte dei Conti che controlla le spese di tutte le istituzioni europee; della Corte di Giustizia che controlla l’osservanza della legislazione europea da parte degli gli Stati membri (della U.E.); e della Banca Europea degli Investimenti (BEI) nata per finanziare gli investimenti “utili per realizzare gli obbiettivi della UE.” Ma non solo, precisa il Direttore, perché sono qui conservati anche i “Fondi” (cioè le raccolte di documenti) di Associazioni, movimenti e personalità politiche che hanno svolto un ruolo significativo per l’ Unione Europea: Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi,  Gaetano Salvemini, P.H. Spaak, Jacques Delors, Ortoli, Levi Sandri, Prodi, Padoa Schioppa e tanti altri, tutti documenti vincolati alla regola dei trent’anni. Cioè? Cioè i loro documenti possono essere consultati dopo che sono trascorsi 30 anni dalla loro data di nascita. I documenti raccolti finora sono oltre 300.000 (!) tutti in corso di digitalizzazione da una decina di anni, per consentirne l’accesso (la lettura) anche a chi non può venire qui a consultarli di persona. Custode dei Fondi (di cui sopra) è il dinamico archivista Andrea (Becherucci)  che ci guida velocemente nello stretto corridoio degli Archivi Storici, fino ad un mucchietto di carte un po’ ingiallite che lui sfoglia con delicatezza fino ad uno, molto speciale, che ci mostra con malcelato orgoglio: è il primo testo a stampa del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni che è il testo storico  da cui è nato il progetto della Comunità Europea, diventata l’Unione Europea di oggi.

 Ma Villa Salviati ospita anche due dei quattro dipartimenti facoltà) della Università Europea: Storia e Civiltà, e Legge nel corpo principale della Villa. Economia con Scienze Politiche e Sociali sono invece nell’edificio della Università Europea, a San Domenico, nell’ex Convento degli Scolopi (vedi sopra). Il corpo principale di Villa Salviati non è oggi visitabile, ma la nuova guida (Costanza, storica dell’arte) assegnataci dal Direttore Schlenker  ci trascina velocemente a vedere due meraviglie della Villa: l’elegante Cortile interno della fine del ‘400, con eleganti colonne dai  curiosi capitelli che Costanza (la nostra guida) definisce “d’ordine composito” cioè un misto di ordine dorico e corinzio, assai raro. Sopra a tali colonne sono incastonati tredici tondi di terracotta con bassorilievi a soggetto mitologico che furono    realizzati dallo   scultore  Giovan Francesco Rustici (1474-1554) noto a Firenze anche per aver fondato nel 1512 la Compagnia del Paiolo, ancora attiva, e il cui motto è “L’arte si fa a cena”, di cui è Socio “paiolante” il nostro Filippo Cianfanelli. Le pareti del cortile sono fittamente decorate in “sgraffito” strapieno di motivi simbolici riferibili alla fede religiosa dei padroni di casa, e alla loro fedeltà alla famiglia dei Medici, con cui si erano imparentati.

Sempre a passo di corsa la nostra guida ci trascina nella Cappella privata, di dimensioni incredibilmente piccole, secondo i dettami di LBA (vedi sopra) che la voleva piccola e raccolta, con il soffitto a botte e  con le pareti divise in due: la parte inferiore con decorazione marmorea e la superiore a “grottesche”. Tutto seguito alla lettera da Jacopo di Giovanni Salviati, che la fece costruire verso il 1510-1515 in vista delle nozze di sua figlia Maria con Giovanni de’Medici detto delle Bande  Nere, morto a Mantova a soli 28 anni per  ferite di guerra. Ma la minuscola Cappella contiene due veri capolavori, piuttosto nascosti ma che non sfuggono alla nostra guida: sono (altri) due bassorilievi di marmo bianco  del Rustici (lo stesso dei tondi del cortile, vedi sopra) uno dietro il piccolo altare (una Annunciazione) e l’altro sopra (Maria col bambin Gesù). Bellissimi entrambi, potrebbero essere di Donatello, se non fosse morto mezzo secolo prima, ma evidentemente ha fatto scuola, e si vede.

Dopo la Cappella la nostra super-Costanza ci pilota  in una rapida visita alla inevitabile grotta (artificialissima) che non poteva mancare in una super-villa di super-ricchi come i Salviati, secondo la moda rinascimentale: è piena di felci (finte), spugne (finte) e sculture di  animali più o meno di fantasia, e di ben occultati ugelli pronti a creare giochi d’acqua fantastici e a  schizzare per gioco e per scherzo gli ignari ospiti estivi. Tutto ciò (felci, rocce spugnose e animali fantastici) a simbolizzare un improbabile “caos primordiale”, come ci spiega pazientemente Costanza, (caos) contrapposto all’ordine geometrico perfetto esibito dal giardino all’italiana lì fuori. Contenti loro…Ma la cosa più strana è che i Salviati non fecero questa   grotta negli anni del Rinascimento bensì molto dopo, cioè alla metà del ‘600, la ingrandirono ai primi del ‘700 per finirla oltre un secolo dopo, a metà ‘800,  forse in occasione della visita dell’eroe dei due mondi: proprio lui, Giuseppe Garibaldi, detto Beppino…

Fuoriusciti dalle grotte chic di cui sopra abbandoniamo il villone dei Salviati, cioè dell’Archivio Storico della U.E., per piombare sulla sottostante via Faentina con la vertiginosa stradina che sembra cadere , a volo di uccello, su San Domenico, offrendo la vista incantata di Fiesole, della Università Europea e della dolce chiesina degli Scolopi, col suo tenero grembiulino di marmo  bianco sulla portina d’ingresso. E poi su su fino all’Olmo, da Dino, per una cenetta rotariana quasi francescana, cioè senza fronzoli, semplice, naturale, allegra e abbastanza veloce. Francescana sì, ma d’antan (di un tempo passato) cioè di…prima della conversione del futuro Santo Francesco alla vita romita e insieme vagabonda, a pane e acqua o poco di più. Lo splendido tramonto è centrato dal finestrone del fondo-sala, Firenze sonnecchia laggiù in fondo al bosco sotto casa, un grato tepore è offerto dall’ultimo  sole che ci riscalda discretamente, aiutato da un goccetto di rosso niente male, rustichino e campagnolo come l’ambiente intorno a noi, con il grande strettoio di lucida quercia a separare fieramente le due sale del ristò, e un piccolo giogo appeso al muro, accanto alla tavolata che ci accoglie. Con un focherello acceso sarebbe perfetto, ma non siamo più in inverno anche se l’aria qui fuori è ancora freschina quasi fredda, siamo infatti a circa 400 metri di altitudine  e si sente bene che l’aria è completamente diversa da quella di città: asciutta, pulita e profumata dei boschi e dei prati intorno a noi.

Cenetta senza fronzoli ma di sostanza: i classici affettati toscani misti sono offerti in capienti vassoi a disposizione dei commensali;  e i classici crostini toscani, di fegatini calducci, sono felicemente affiancati da fettine di polenta fritta sommerse di ragù e da altri crostini ancor più innovativi che  stuzzicano la curiosità di molti, che ne chiedono in coro il segreto: di cosa sono? Sono crostini sostanzialmente vegetali e molto “aromatici” perché fatti con un impasto di prezzemolo, aglio, capperi, olive, tanto basilico e acciughe tritate e il tutto spalmato sul crostino tiepido, a stuzzicare l’appetito (e la sete)  dei commensali:  siamo una trentina abbondante, e di ottimo appetito dopo il lungo girovagare “culturale” dai Salviati. Seguono dei notevoli “gnudi” dal sapore super-casalingo, come (casalinga) è anche la loro consistenza non proprio compatta,  esattamente come capita in tutte le case anche di buona volontà; ma le successive tagliatelle ai funghi sono perfette, di sapore e di cottura, di giusto spessore, cioè sottili ma non troppo, e con tanti funghi porcini che, pur avendo conosciuto il freezer, sono memori ancora di una freschezza non troppo lontana , e mai del tutto dimenticata…L’arrosto misto che segue è molto tradizionale, con patate arrosto altrettanto tradizionali: ma ci attende una bella sorpresa, invocata in cucina con successo dal nostro super-Piero (Germani) e cioè un bel vassoietto extra di eccellente fritto misto di verdure, soprattutto carciofi e zucchini, fritti in una pastella leggera e croccante,  oltre a splendide patate fritte particolarmente attraenti: bravo Piero!  Quindi  viva Villa Salviati, viva Dino e…Quindi

 

 

VIVA IL ROTARY!!

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